Blueberries

Dietro ogni svolta
incontro ricordi –
parole incastrate
tra le mie labbra di ieri,
zucchero di canna che incrosta i pensieri
e le mie dita intrecciate a una stringa
aggrappate ai bicchieri
“dimmi” ti domando “dimmi
come fare, ancora”;
la tua spanna è misura
del quando, del sempre del mai
di tutti i miei desideri
mentre “sopra” mi dici “poi lascia andare – vai –
ecco, ora
sotto.”
E gioco con la notte, di soppiatto
a confondere i futuri fra loro
ad annodare questo tempo rotto
nelle nostre mani
accoccolata dove tutto
sa di felicità e mirtilli
dove ogni frutto
canta della tua voce, se lo mordi
e l’anima si allenta, molle come una stringa sciolta.
Incontro cento ricordi
dietro ogni svolta
e chino il capo a raccattare
sorrisi segreti dalla strada
da tenere per me,
da chiamare a raccolta
quando poi tutto scolora
per quando sola vorrò gridare
“dimmi – oh, dimmi
come fare
ancora!”

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Neve

Riconosco ovunque ritagli
della tua sagoma vuota
e distolgo gli sguardi, e ascolto
la mola che arrota
stridendo
la lama dei miei sbagli:
presto la faremo affilata
e molto,
che possa spezzare
questi versi avvizziti,
recidere le spire
di sogni proibiti
e infine attraversarmi
brivido gelato nella notte scura,
mia algida amica insegnarmi
sicura
a morire.
Oh, mia memoria, ti prego
non mentire
filando abissi leggiadri
dolci da corteggiare.
Vorrei solo, soltanto
sparire
lontana da ogni breve
pensiero d’amore
disperdermi sconfitta nel freddo
per divenire
neve.

Ventiquattro anni

E dolcemente dondola verso terra
in un singulto di vento un’altra foglia
secca
e un altro sguardo si perde,
s’imbroglia
fra i secondi dilatati
palpitanti di palpebre
cortesia
di questa birra chiara, credo –
e sono sola, sì
accoccolata in un’eco lontana di tuoni
dietro tende fruscianti
di pioggia.
Luci e oscurità distanti
si amano in segreto
contro i muri della mia stanza
negli angoli aguzzi
sotto scrivanie sbilenche
e ogni voce di passaggio mi risveglia
mi attraversa
mi scompiglia
appena:
penso intensamente
a non pensare a niente
mentre la notte muove
stormi di stelle nascoste,
mentre il tempo si arena
e piove
piove, piove.
Ecco, un altro anno s’invola
verso le nuvole
ma io rimango:
piango
la pioggia che cola
e sì
sì, sono sola
ascolto
parti immaginarie di passi
per le scale
è un fantasma, o forse
un’ansia che sale
e busseranno pensieri sperduti
alla porta
fradici, affamati
e non faranno male, magari
ma io lo so
faranno danni;
ho questa nostalgia, stanotte
tiepida appannata
che canta il temporale,
e per di più
ho ventiquattro anni.

Ballata dei futuri (im)possibili

Vorrei,
vorrei un futuro
dolce, succoso,
maturo;
lo vorrei morbido, sodo,
rotondo:
fra tutti i futuri del mondo
il più bello.
Vorrei un capello
biondo
da seguire come un sentiero
per perdermi sempre più a fondo,
disfarmi
di ogni pensiero.
Vorrei diventare il rumore
del treno
che ti riporta indietro,
vorrei essere il vetro
– catturare un tuo sguardo
lontano –
o il libro che reggi in mano,
la luce del tuo vagone,
e i paesaggi,
e ogni singola parola
che leggi.
Non avermene a male
se puoi:
non ti darò fastidi.
Ma se mai tu volessi
fare per me una cosa, una sola,
e ti chedessi quale,
ti prego:
ancora una volta
guardami e
sorridi.

P.S. The usual disclaimers apply. E comunque l’altra mi è piaciuta di più. E adesso scriverei la tesi, se solo la fase “vabbeh-scrivo-un-po’-di-poesia-così-poi-mi-concentro-meglio” non si fosse prolungata fino a ora di cena.

Senza Titolo

Sì, mi sono lasciata trascinare dalle rime. Credo che la letteratura crei la realtà almeno quanto la realtà crea la letteratura.
E sì, questa è letteratura. Non nel senso di alta letteratura, ma nel senso di non propriamente realtà. Credo. Nel senso di: non è detto che abbia relazione con la mia vita, tanto per chiarire. Meglio mettere le mani avanti, suppongo.
E no, non credo che la poesia, una volta scritta, sia mai davvero una cosa privata. E visto il numero di visite su questo blog immagino che non mi vergognerei neanche se lo fosse.
D’altra parte, dato che vado blaterando di versi da un po’ in giro per questi post, e non se ne vedono mai, ho pensato che un esempio era dovuto.
Nel senso di: probabilmente non ne potevo più di Istituzioni di Analisi.
Enjoy.

~

Tuona.
E l’oscurità echeggia
contro le pareti
e la luce travolge i miei vuoti
e un cimitero
di simboli immoti
ricopre le carte
e ti prego
ti prego,
non andar via.
Non arrabbiarti
se ti trattengo dentro
e dipingo di te
questo muro
spoglio,
se a tratti maldestra
rovescio pensieri
vani
su questo foglio.
Rimani,
rimani, ti scongiuro.
E dimmi: sei forse anche tu
null’altro che un simbolo
puro
splendido e altero
e morto?
Forse sei come loro:
lo scheletro di un desiderio
astratto
un nulla, un pensiero matto
lo scarto di un sogno contorto
lo spettro sfuggente
di un operatore compatto.
Rimanimi accanto,
t’imploro!
E cantami ancora il tuo nome
e cullami e scioglimi in questa pioggia
e se sei vivo
oh, se sei vivo
trafiggimi,
di nuovo insegnami come
morire d’affondo,
come cadere e rompermi
sul freddo
pavimento del mondo.
Puoi lasciarli o raccoglierli
i miei cocci
non ha importanza:
che tu mi conceda o meno
questa danza
lascia che io bruci
del tuo tepore
per un poco.
E il fuoco
spegnerà la pioggia,
e il tuo sguardo
accecherà i lampi,
e in dono ti porterò
mute parole d’amore
raccolte per i campi
dietro il tuono;
e tu ignaro
forse
ne coglierai il suono
in lontananza.
E chissà,
talvolta mi domando,
chissà a chi porgerai la mano
in questa danza.