Di un risveglio

Mi sono alzata, ho messo l’acqua per il tè.
Ho la bocca secca, ma nient’altro; sono vagamente sorpresa che nemmeno un filo di mal di testa venga a ficcarsi nelle intercapedini buie fra un momento e l’altro, fra i miei passi appena doloranti verso il bollitore, fra gli sguardi nervosi che finiscono sparpagliati sul pavimento assieme a ogni genere di cose – è già ora di mettere a posto camera mia. E’ un macello. Di nuovo.
Avrei dormito di più, ma ho immaginato di sentir bussare. Due colpi, lievi, contro la porta. Mi sveglio. Ho la vaga consapevolezza che è improbabile che qualcuno stia realmente bussando (chi mai mi cercherebbe in collegio alle dieci e mezza del mattino, quando la festa è durata fino alle tre?), perciò non so perché raccatto qualcosa, mi copro e vado ad aprire. Devo averci messo secoli; in ogni caso naturalmente il corridoio è deserto.
Metto l’acqua per il tè.
E’ stato un risveglio morbido, nonostante tutto: dolce. Confusamente risoluto.
Ho la bocca secca, e forse è il contrasto a riportarmi prepotentemente alla memoria quel che stavo sognando.
Ho sognato che ci baciavamo, ancora. E ancora e ancora e ancora, perché una volta cominciato era difficile smettere. Lui era in realtà una presenza piuttosto sfocata, e forse la consapevolezza della sua identità, che non so di preciso da dove mi venisse, era tutto sommato accessoria. Forse non era che l’incarnazione comunque inconsistente di un desiderio generico; o forse la parte di me che intesse i sogni ritiene appropriato sfumare un po’ i contorni: per la privacy. Comunque. I baci erano nitidi e veri e morbidi, ripetuti col ritmo di un canto, e io stavo pensando finalmente. Con una logica devastantemente fantasiosa, di quella che davvero non può reggere altro che un sogno sul far del mattino, pensavamo che volevamo mangiare della frutta; e quindi andavamo a mensa. Mi domandavo fugacemente se rinunciando a primo e secondo avrei potuto prendere tripla frutta; dicevo “vieni” e andavamo a fare la fila per mano.
Ho un vago ricordo di alberi ed elegantissime architetture intrecciate all’anima del bosco. Ho il dubbio perciò che la mensa fosse in realtà a Caras Galadhon, il che in effetti farebbe presagire una qualità della frutta nettamente superiore a quella che c’è da aspettarsi in Via Consoli del Mare. Ma non saprò mai se valeva la pena di rinunciare a primo e secondo per tripla frutta, perché a quel punto un fantasma ha bussato alla mia porta.
Come se uno di quegli dei che soffiano i sogni più preziosi in faccia ai mortali, alla mattina, avesse deciso di farmi un regalo, e poi si fosse sentito in dovere anche di darmi una mano a riemergere verso il mondo reale.
Ma se presso al mattin del ver si sogna, seh, io sono la Fata Morgana.
Il mio infuso (che non è tè, in verità) sa di limone (“a purifying blend with Lemon, Limeflowers, Milk Thistle and Lemon Verbena”) e ne bevo sorsi lunghi, cercando di cancellare la sensazione di secchezza assieme al pensiero del sogno che mi aleggia a tratti sulle labbra.
Il silenzio è così soffice, così amico, così dolente. Di tanto in tanto mi giungono voci conosciute dalle scale, che si allontanano subito in direzione della loro giornata e probabilmente di cose da fare, appuntamenti, tesi da scrivere.
La festa mi pare durata così poco, ieri notte. Giusto il tempo di lasciar ascoltare allo stomaco qualche pezzo degli Area, trangugiare un paio di cocktail, un po’ di sangria dolciastra, più tardi del limoncello; più che altro intrecciare conversazioni, e ascoltare e parlare e un po’ sorridere, e ignorare quel senso di vuoto sottile quanto un capello, perché dopotutto cosa importa. Di tanto in tanto ero sola e camminavo, e mi guardavo attorno per un minuto o due, e allora la mente si faceva affollata di parole stranamente nitide, musicali, ordinate, e immaginavo descrizioni di cui non ricordo i dettagli: qualcosa sulla levità dei passi per grazia della Vodka, sul fluttuare della coscienza e sul senso di libertà e sull’inevitabile volatilità degli istanti. Forse avrei voluto che durasse di più. Ero brilla ma non ubriaca, e il mondo era semplicemente un filo più bello, i piedi leggeri nonostante i tacchi, e avevo dentro come una nostalgia di qualcosa che dovesse ancora venire.
Avevo fatto una treccia; si è sciolta da sola, non so quando. E’ stato un pensiero estemporaneo, una specie di urgenza: ho fatto una treccia di quelle piccole, che appena noti, persa fra i capelli sciolti, con la vaga impressione che volesse significasse qualcosa. Come un singolo pensiero pensato un po’ più degli altri; come una dedica, come un saluto, come il verso sperduto di una poesia, come una promessa.
E la notte si è chiusa su di me come un bozzolo, lattiginosa e buia e gravida di sogni.
Bussano.
Mi sono alzata, ho messo l’acqua per il tè.

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Oleandri

C’è una sensazione che sembra pervadere le cose, e l’aria, e me; ma non ho le parole precise per dirla.
Non è una sensazione precisa.
E’ come un cocktail. Sa di tante cose diverse ben shakerate, sarebbe buona con un po’ di ghiaccio, ed è sicuramente alcolica.
Credo abbia a che fare con il modo in cui la luce del sole piove sulla pelle, così sfacciatamente estiva: così calda e impietosa, pulita; e ogni volta mi sconvolge scoprire che è davvero profondamente diversa da quella che si posa delicata sulle foglie del frassino a Cambridge, e che nelle giornate più limpide pervade l’aria e il cielo, immobile, senza davvero avvicinarsi e carezzarti la pelle, o graffiarti le spalle di un bruciore lieve, o baciarti la fronte e il naso spiattellandoti davanti tutti i segreti più azzurri del cielo.
Ha a che fare col colore degli oleandri. Ci sono l’estate, la vita, la morte dentro gli oleandri: li sento parlare con voci fucsia una lingua morente di me bambina; ancora mi dicono di pomeriggi assolati su una terrazza grande, trascorsi a saltellare secondo coreografie confuse su un gioco della campana disegnato col gesso; di vaghe raccomandazioni e affascinanti storie di veleni, di quella volta in cui credevo che sarei morta perché avevo giocato fino al tramonto con le foglie cadute, mutandole senza sforzo in canoe e poi in velieri, e i fiori d’oleandro erano rimasti a guardare due flotte affrontarsi in mezzo all’oceano fino all’ora di cena.
E’ una sensazione ondivaga, che sale e scende e va e ritorna. Un desiderio che a tratti so, e a tratti s’inabissa in luoghi di me dove non mi è concesso raggiungerlo. E’ un gioco di prestigio: luci che appaiono e scompaiono su sfondo bianco, e qualche volta un sussulto e una breve stretta allo stomaco – e allora mi costringo a ridere di me stessa, come ora, e impongo al mio sguardo di scivolare altrove (ma non mi obbedisce), e ho i pensieri spettinati in disordine; nere linee di lettere s’imprimono con dolce decisione sopra la realtà: per un attimo non c’è che una musica tipografica, silenziosa, di maiuscole e minuscole, e la danza simmetrica di due parentesi, e il mondo intorno appassisce e rinasce nuovo.
Sotto a tutto questo c’è un sapore di sogno, un sapore di granita al limone. La consapevolezza un po’ rassicurante un po’ no che dietro a ogni gioco di prestigio c’è un trucco; che non è magia, ma soltanto un desiderio d’ingannarsi più a lungo.
E’ giugno, e per la prima volta il futuro si nasconde al mio sguardo dietro la tenda di questa breve estate, ma in qualche modo va bene anche così. Non so chi sarò domani, ma so chi sono oggi; ripenso talvolta a chi sono stata ieri, e non mi pento di nulla. E’ giugno: non ho forse diritto a giocare ancora un po’ con i capricci repentini del mio nervo vago, di spargere ritagli di carta da regalo sul pavimento, di sedere nel sole e leggere e scrivere e di tanto in tanto studiare, cercando la complicità degli oleandri e del cielo? L’importante è prenderla con filosofia. Ho come l’impressione che, finché mi scappa da ridere, o al più da sogghignare della mia vita con una lieve amarezza che sa di ottimo caffè, va tutto decisamente bene.
Il concerto di Dvorak conferma dagli auricolari con una gloriosa ripresa in si minore.

Azzurro (e… nebbia)

Passavo per un blog deserto, per caso. Veleggiando da un link all’altro – grafi, dopotutto; è così che funziona – all’improvviso ti ritrovi catapultata nel bel mezzo di altri mondi, in luoghi dove le parole hanno un altro sapore, le canzoni altri ritmi. Un blog abbandonato ha un suo fascino particolare. Ti senti Riccioli d’Oro nella casa dei tre orsi, ma i tre orsi sono andati in vacanza e hanno lasciato porte e finestre spalancate, e nessuno tornerà a lamentarsi. Non questa sera. Puoi sederti lì sulla poltrona che preferisci, e rigirarti fra le mani i soprammobili ascoltando il ticchettio dell’orologio; la zuppa è fredda da chissà quanto, il tempo pende dal soffitto, sottile e polveroso come una ragnatela, e il rubinetto della cucina gocciola di parole già morte.
Ho uno strano, istintivo rispetto per chi è disposto a cantare di sé. Per chi ha un’anima abbastanza spaziosa da ospitarvi qualche Riccioli d’Oro di passaggio, e abbastanza piena di musiche e di fruscii e d’incantesimi e di nebbia da farti venir voglia di visitarla ancora.
Per questo, credo, continuerò a filare pensieri quaggiù, dimentica di motivazioni, mezzi, fini, conseguenze, come facevo un tempo. Ogni tanto me ne domando il senso, e ora che ci penso il senso è chiaro: costruire una casa nella quale una Riccioli d’Oro qualunque possa piombare per caso e perdersi, scegliere la sua poltrona e mangiare zuppa e toccare dappertutto e pensare: “toh!”.
Un mio blog non sarà mai altro che questo: una casa da impregnare del proprio vivere per poi abbandonarla, nella speranza che qualcuno un giorno vi trovi anche solo una sedia della misura giusta, o un letto su cui coricarsi un momento.

Oggi c’è il sole, e finalmente posso cambiare il testo di quel benedetto widget del tempo atmosferico, che devo essermi inventata in un momento di estremo ottimismo sulla frequenza dei miei futuri aggiornamenti. Niete più temporali d’analisi.
Solo sole.
Mi sento libera. Aerea, rarefatta, azzurra.
C’è il sole e le parole rimbalzano, e il fluire delle cose di nuovo diventa rumore di sottofondo, e riesco a intravedere il mondo soltanto con la coda dell’occhio. A malapena.
La prosa tira un po’ il guinzaglio: vorrebbe scappare, vorrebbe quasi sbattere contro il marciapiedi e infrangersi in versi. Ma la trattengo.
La realtà è fatta di materia pesante, ma la verità di sostanze lievi e duttili, e comincio a ricordare quanto possa riuscire naturale riscaldarle fra le mani e plasmarle. Basta avere pazienza. Basta ricordarsi la combinazione dell’universo, e quello si aprirà come un fiore.
Prendimi per mano e riportami a casa, tutte le volte che serve: mostrami il sentiero che conduce al nocciolo, piccolo ospite bruco della mia polpa, e io ti seguirò ancora e ancora, alla cieca, e cercherò d’imparare la strada.
Dimmi cosa desideri, e lo avrai. Dimmi che mondo vorresti, e lo costruirò per te, pezzo per pezzo, assemblando note e nuvole e parole.
Lascia che dietro i tuoi occhi io torni in cerca dello sguardo remoto del demiurgo; e fra le dita sentirò ruvido il filo delle moire, e ritroverò per un istante quella stessa sensazione di due estati fa, sulle Orobie: la vita che pulsa feroce contro i mille veli della materia – io e il filo, io e il filo – e duemila metri di strapiombo che si nascondono pudichi dietro una coltre di nebbia.
Chiedo soltanto di poter deporre i pensieri, arrendermi all’essere. Lascio che le parole si sparpaglino selvatiche e godano di questo sole – loro sapranno che fare della libertà – e nel frattempo sento il senso germogliare di nuovo dietro le danze dell’aletiometro. Tornerò ad essere domatrice di storie, cacciatrice di colori. Tornerò.
Sono felice di sentirmi ricordare che certo, le identità di binomiali si dimostrano, ma da qualche parte scintilla gloriosa una semplice, geniale interpretazione combinatoria. E’ ora di rimboccarsi le maniche e andare a cercarla. Quasi mi sento di ritrattare le disillusioni contose di post passati: sarà il sole, sarà l’esame in meno, sarà quest’aria limpida, ma all’improvviso l’interpretazione combinatoria della vita sembra quasi alla mia portata.
E senza quasi rendermene conto, mentre cammino spensierata verso il pomeriggio, stringo nel palmo della mano un unico, piccolo frammento di azzurro.

Feverish Fuzziness

Fa freddo.

Cioè no, non è che faccia freddo, anzi. Ma gradirei comunque che il riscaldamento in camera mia funzionasse, così da non costringermi a tenere il cappotto sopra il maglione; per la verità sono perfino tentata dai guanti (e perché no? Ora di pescare quelli lunghi viola, con i buchi per le dita, che non metto mai…)

Ecco, con i guanti mi sento molto scrittore-squattrinato-in-una-soffitta-al-freddo-e-al-gelo. Fa meno figo di quanto potreste supporre.

C’è una felicità che è un tepore immaginario, una pacifica convivenza di cose accostate, una dolcezza remotissima che pervade l’esistere, come  un cucchiaino di miele perfettamente disciolto in una tazza di tè bollente.

A proposito. Tè bollente. Sembra una buona idea.

Fa freddo, e non riesco a immaginare se non a tratti. Questa sensazione di mancanza è così netta e così illeggibile, bianca e precisa e ignota come un origami di cui non riconosco la forma. Di nuovo, mancanza di che?

Tornare è stato sconvolgente. Una sensazione di familiarità mista a sgomento: non ricordavo nulla di tutto questo, o meglio non credevo di ricordare nulla: non l’odore dei corridoi, non l’esatto peso della porta, le dimensioni del cortile, il colore delle tende, i rumori dei passi sul parquet, l’intensità della luce nei bagni, i rubinetti della cucina; e invece ogni dettaglio era parte di me, e ritrovare tutto ad attendermi, esattamente com’era, è stato inspiegabilmente scioccante.

Qualche minuto fa ho pensato che il silenzio ha un che di doloroso. E credevo di desiderarlo, il silenzio. Per la verità, adesso che sento le risate troppo forti degli invitati della mia vicina di stanza, credo di desiderarlo di nuovo. E un crepitio sottile, appena udibile, sboccia contro i vetri bui.

Pioggia.

Quella pioggia fantasma, come ieri sera, quando sono arrivata: una pioggia indicibilmente rada e impalpabile, i cui baci sottili si posano sul viso, lievi come uno spruzzo di lentiggini.

E di nuovo, sono qui.

Sola.

Gli ultimi echi di una settimana intensa si spengono infrangendosi contro le risate insistenti dei miei vicini, e vorrei dormire, vorrei tanto poter dormire, e invece no. Il calore che pian piano affiora sulla mia pelle non ha niente di dolce e niente di pacifico: un calore rotto da brividi, come quello della febbre. Febbre? Possibile?

Vorrei solamente catturare di nuovo una sensazione di soffice, tiepido e al contempo fresco, di pulito, che so perduta da qualche parte sotto i pensieri; so che c’è qualcosa che non devo lasciar scivolare via, ma non so che forma abbia, che colore. So che voglio sentirmi al posto giusto, al momento giusto. Da una parte vorrei un soffio di vento freddo sulla fronte, e prestare le labbra ai baci della pioggia; dall’altra vorrei il calore del piumone, ad ammorbidire i brividi che precipitano come rami di fulmine lungo la schiena. E da tutte le parti vorrei che i miei vicini facessero meno rumore.

E così, preda di una nostalgia sfocata, dato che proprio non posso dormire, mi abbandono a un delirio tremolante di sagome che si avvicendano contro le palpebre abbassate, cullando la stanchezza nella ninnananna di un respiro.

Buonanotte.

 

phi -vs- GMT+01.00, round 1

Ok. La storia è diventata quella “di me, il ragno, il fatidico incontro col mio nuovo papà, e il fatto che NON HO SPOSTATO INDIETRO L’OROLOGIO”.

So typically me. Beh, sono le 10:47. NON le 11:47. Il che significa che mi sono alzata alle 8:30 senza nessun buon motivo, e che sono arrivata alla “hall” con un’ora di anticipo. Presto i portieri mi conosceranno come quella che non si rinviene (che poi è abbastanza quello che sono, devo dire).

Intanto sono stata dentro al College. Sì, fa veramente veramente Harry Potter. Non Cripp’s Court, dove sto io, ovviamente, che è un complesso non completamente orrendo, ma che si salva per i corvi e gli scoiattoli del cortile più che per raffinatezza architettonica. Voglio dire il Selwyn College quello vero, Old Court. E’ innegabilmente un bel posto, molto molto marrone, per la verità decisamente più piccolo di quanto mi aspettavo dalle foto. Il cortile ha un aspetto piuttosto raccolto, e la cosa bella è osservare i dettagli delle decorazioni, che hanno decisamente un che di fiabesco. Per andare alla “hall” (che detta così fa veramente troppo albergo… “la sala”?) c’è una scala grande di pietra grigia per arrivare al livello di un grande portone di legno scuro. Al di là c’è una specie di anticamera con le bacheche, e poi non so, perché erano le 10:30 e non le 11:30 ed era tutto chiuso.

La cosa che colpisce, però, è il silenzio. Va bene che non era ancora ora di pranzo, ma possibile che ci sia in giro così poca gente? E’ una mia sensazione dovuta al fatto che non conosco nessuno e mi sento lontana mille miglia dai pochi studenti che passano? Ho provato a sorridere a un tizio che ho incontrato qua ai piedi delle scale, e lui mi ha sorriso di rimando con aria timida e imbarazzata, e poi ha distolto lo sguardo. Magari era una matricola. In ogni caso non è solo una sensazione: in sostanza non c’è in giro un cane.

Credo che scriverò un sacco quest’anno. Ho già la prova empirica che scrivere per me ha abbastanza a che fare con la solitudine e il silenzio, e qua mi pare che i requisiti sostanziali siano più che soddisfatti. Se non altro ci sono i rumori provenienti di tanto in tanto dal “bagno”, che testimoniano l’esistenza di un’invisibile vicina di stanza: il “bagno” sta tra virgolette perché è uno sgabuzzino con dentro un piccolo lavandino, un porta-asciugamani privo di asciugamani e uno specchio; dà su una doccia striminzita che è anch’essa uno sgabuzzino con i muri scrostati; e la doccia dà dall’altro lato – appunto – sul “bagno” della mia vicina. La quale ha anche una voce, perché ha appena detto “shit” non so per quale motivo, e poi – sospetto – è uscita.

Forse perché sono finalmente le 11:15, e la frequenza dei passaggi di bipedi fuori dalla mia finestra pare decisamente aumentata (siamo al ritmo incredibile di un paio di persone al minuto, e la sensazione di deserto non si è attenuata per nulla). In compenso non vedo più gli scoiattoli.

Ora del mio secondo tentativo di tuffarmi nella vita mirabolante del Selwyn College.

Wish me luck.

Brown Fantasy

C’è un silenzio incredibile.

Aspetto che al frusciare del vento si sostituisca il gorgoglio del caffè che riempie la moka. Mi sono fatta un caffè, anche se non ho lo zucchero; l’idea è tuffarci dentro un pezzo di cioccolato, lasciarlo sciogliere un po’ e valutare l’effetto: vi saprò dire.

Non sono ancora riuscita a connettermi ad internet, ma confido di farcela entro breve. La stanza è… beh. La cosa più simile che mi viene in mente sono le stanze del Fermi; e in effetti la somiglianza è notevole. I mobili sono di una specie di legno – tipo truciolato – e sembrano sopravvissuti fino ad oggi dagli anni sessanta, visto il design e soprattutto il grado di usura, che è veramente notevole. Il tutto concorre col parquet (e con le tende, e con il caffè e cioccolato, e la mia nuova custodia del computer, che proprio s’intona all’ambiente, e presto anche con le pareti, visto il numero di macchie) a dare una preponderante sensazione di marrone. Immagino una vita molto marrone: i mattoni del college, le foglie secche d’autunno, i caffè fumanti in questa silenziosissima stanza marrone, e i tè, i biscotti, la birra; la vita calda e scura dei posti dove fuori fa freddo, e si cerca la vicinanza confortevole di voci e di una tazza calda.

Ieri pioveva. Il tipo del taxi, come al solito in un inglese impietosamente rapido e incurante, ha detto che per la verità non è normale per Cambridge: sostiene non senza un certo orgoglio che da loro in questo periodo in genere fa bello, ed era piuttosto deluso da un inizio-ottobre piovoso. Le sue previsioni per oggi, però (indovinate un po’? Pioggia!) non si sono ancora avverate: il sole sorveglia immobile un nutrito banco di nuvole che migra sospinto dal vento verso Nord, e l’erba del cortile brilla di un verde morbidamente allegro. Ah, e ci sono gli scoiattoli! Ne ho visto uno prima correre sull’erba, la grossa coda che ondulava rapida dietro di lui; due, in realtà. Erano due, che si rincorrevano da un albero all’altro: l’ennesima cosa marrone. Ogni tanto vedo anche degli uccelli aggirarsi nel cortile, neri e dal becco lungo: corvi, presumo. Di sicuro, anche se la presenza umana non sembra abbondare (ma è un’illusione: ogni tanto passa anche qualche bipede fuori dalla mia finestra, non certo sull’erba del cortile ma al di là, diretto apparentemente all’edificio principale del college) di animali se ne vedono in giro molti di più che a Pisa. Anche d’insetti temo, ma questa è un’altra storia: la storia di me e il ragno e la missione alla ricerca dei cessi (ebbene sì: non ne ho uno in camera! Ci credereste?) e il fatidico incontro con il mio nuovo papà, ambientata ieri sera al mio arrivo. Storia che dovrò raccontare in un altro momento, perché mi hanno detto che è previsto un “brunch” per le 11:30, e pensavo di uscire di qua verso le 11. Cioè all’incirca ora.

Quello che posso dirvi prima di lasciare questa finestrella di text-edit è che il mio nuovo “caffè al cioccolato alla menta” non è esattamente quello della casa della panna, ma non è neanche male. E, per Nicola: no, tutto questo marrone non voleva essere un riferimento alla cacca. Almeno, spero di no.

Alla prossima!

Ryanair blues

Ho preso un cornetto di quelli grandi, nella speranza che fosse talmente dolce da consolarmi un po’. Dolce lo era, consolante un po’ meno, ma insomma.

Un odore fortissimo, denso, naufraga a intervalli regolari nell’aria fresca, attirando il mio sguardo verso la pipa del signore inglese al tavolo di fronte. Qualcuno legge il giornale con una birra a portata di mano; l’uomo al mio tavolo si abbandona assorto al suo romanzo, mentre il suo corteo di valige lo sorveglia in silenzio. Un bambino, dietro di me, gesticola raccontando di nascondigli, e intanto il tempo si trascina, fluendo pigro fra i tavoli tondi.

L’aereo è in ritardo di quattro ore. La corsa fino al treno sembra una cosa di secoli fa: ora non c’è altro che il bar con i tavoli tondi, il sapore di croccante che già abbandona il palato, il signore con la pipa e l’uomo del romanzo, che per la verità è stato raggiunto dalla moglie e il romanzo l’ha messo via.

Non c’è più nemmeno quel tremito, quella specie di sgomenta tristezza, di intrinseca fatica, che era affiorata prima; la sedia di vimini non è accogliente né scomoda, e il mondo intorno è lontano e sospeso, in attesa che gli istanti passino.

Sono ancora qua. A dieci minuti dal collegio, a mezz’ora di treno da casa. Ancora qua, e ancora per molte ore.

Eppure sono più lontana che mai, intrappolata in un mondo fermo in cui cambiano le persone intorno ai tavoli tondi, ma tutto è sempre uguale; e gli istanti colano dalla pergola, lungo le foglie d’alloro.