Luminara

Il tintinnio cristallino che il frammento verde di una bottiglia di birra produce capitombolando sul selciato mi fa aprire gli occhi, e mi riporta per un momento all’Altra Realtà.
Quella dove le cose sono musiche, le persone canzoni. Non la realtà vera: quella falsa.
Ascolto la luce che s’infrange per terra in piccoli riflessi taglienti, il vociare di cose usate, rotte, che si leva fetido dal Cumulo della Spazzatura, e il tempo che vibra cupo e notturno contro lo stomaco, a ritmo con una canzone che giunge stranamente distorta dal bar qua dietro.
Dlin-dlin, fa il collo di bottiglia di nuovo, spinto verso da me da un piede affrettato e distratto.
Mi accosto al calore soffice del corpo che ho accanto, come per cercare una comunicazione nell’unico modo non impossibile, ora che ci troviamo immerse in realtà differenti; vorrei essere di conforto, o d’aiuto, o forse vorrei essere confortata; vorrei dirle qualcosa; chiudo gli occhi di nuovo, nella speranza che essere semplicemente qui sia sufficiente.
Ecco, penso. Forse quello che le persone vedono quando fanno uso di droghe assomiglia all’Altra Realtà. Forse è un universo che canta, un po’ come il mio in questi momenti, meno il sentirsi soli.
Dlin-dlin-dlin, fa il collo di bottiglia, tutto fiero nella purezza celeste delle sue armoniche.
Forse ognuno vive un sogno suo, e le altre persone non sono che apparizioni plasmate dalla coscienza del sognatore. Maschere, personaggi di una storia, veri soltanto nel loro proprio sogno, che è inaccessibile a chiunque altro. Inaccessibile a me. Forse tutto ciò che si può fare è amare, odiare maschere colorate che intessiamo allo scopo, in un teatro di cui si è unici attori, spettatori, registi.
Apro gli occhi di scatto. Non è vero.
La realtà falsa si scioglie nella puzza e nel clamore e nel freddo affollato di quella vera, un collo di bottiglia tace e gente intorno balla, beve, parla.
Non è vero.
No, mi dico, è che qualche volta mi ricordo che sono un po’ asociale. Tutto qui. Mi sorprendo che una filosofia del genere mi risulti così profondamente angosciante, abbastanza da risvegliarmi alla realtà vera, a noi seduti sul limitare dell’aiuola, parole luminose zoppicanti che prendono forma su un cellulare alla mia sinistra mentre i discorsi alla mia destra oscillano in un delirio di rivelazioni, immagini e desideri sconclusionati.
“Ma ma ma… ma. Guarda! C’è un mucchio di spazzatura davanti a noi!” Un tono scandalizzato, e qualche farfugliamento su come una cosa del genere offenda la sensibilità di un lombardo.
Rido.
Forse in fondo siamo persone vive nello stesso universo. Almeno, tutti vediamo la spazzatura.
“Spostiamoci” dico, non senza un certo sollievo “la spazzatura lo offende.”
Ho sempre pensato che la luminara sarebbe così bella, se solo sapessi volare sopra tutti quanti. Forse troppe persone sono una cosa che il mio cervello non riesce a immagazzinare efficacemente, e allora mi sento spiacevolmente schiacciata e oppressa, mi monta un fastidio verso tutto, tutti e vorrei andare a casa. Per di più è una sera d’estate, e nelle sere d’estate più che in qualsiasi altro momento mi spira sul viso il bisogno sottile di qualcuno che mi tenga la mano, che poi è una cosa così stupida e insensata perché d’estate fa caldo.
Stupida, mi dico. Canta una ninnananna alla tua stupida stupida coscienza e mettila a dormire, andrà tutto meglio.
Le persone esistono. Se la vita fosse un sogno una preghiera a fior di labbra sarebbe sufficiente per dare a tutto quanto la forma che vuoi, o almeno una più sopportabile, e invece non lo è. Alla faccia tutti i pensieri che hai consumato come fiammiferi, la realtà è qui, sempre, buia. Il che è fantastico, forse, perché significa che prima o poi potrà sorgere veramente il sole.
Ne traggo un sollievo inaspettato, mentre ascolto discorsi su come sarebbe bello volare per vedere l’altro lato della luna, e poi andare a vedere se alfa centauri è una palla d’idrogeno oppure… cioè… una luce…
Accendo un altro pensiero, uno di quelli piccoli che bruciano solo per poco, sottilmente profumato; le mie dita si arrampicano in automatico tra i capelli, ne ridiscendono formando una treccia.
Chissà se è la stessa treccia di un anno fa, solo più lunga. Ci sono momenti in cui ho questa tendenza insensata a intrecciare ciocche di capelli, perché le trecce sono come piccole poesie nell’Altra Realtà.
Il percorso verso casa è contorto e costellato di saluti traballanti, e sorrido davanti all’insistenza nella ricerca di un cassonetto cui fare visita (perché è importante! Perché ho un… coso… cos’è quella parola…? Senso… civico?).
Dlin-dlin, canta felice la bottiglia quando trova riposo nel contenitore della raccolta differenziata.

Advertisements

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out /  Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out /  Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out /  Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out /  Change )

Connecting to %s