L’ultima fragola

Ci sono parole e parole. E parole.

A volte, sola con la luce gialla di camera mia e il cestino delle fragole, mi domando chi sono; e chiudo gli occhi e mi specchio nella polla immobile dentro di me, là dove ogni parola nasce e ogni parola muore, e mute ci guardiamo, io e me, me ed io; e come sempre – ecco – lo so.

“Sei in estasi mistica” mi hai chiesto “o stai morendo?”

“Sono in estasi mistica” ti ho risposto “per la fragola.” E sto morendo, sto morendo, sto morendo.

Hai sorriso il tuo sorriso di sempre.

Ho respirato il tuo respiro, e sapeva di precipizio nel buio, di labirinti, di nuvola perduta in fondo all’abisso, di lune affilate contro le palpebre chiuse. Ma non importa.

Qui, sola, ascolto il silenzio, e con gli occhi di una madre osservo le mie parole che di continuo si sparpagliano attorno: figlie giovani, inesperte, belle, dolci, ingrate, ribelli, labili, fragili, vere, false, innocenti, colorate, mie. Non è un tempo in cui io abbia voglia di guardarmi da ciò che dico, non più. Non è un tempo in cui io abbia voglia d’essere altri che me, non ora. Non è un tempo in cui io possa scendere a compromessi. Non qui.

Cosa non darei per pensare i tuoi pensieri, una volta soltanto. Cosa non darei perché importasse, solo per oggi, solo per un minuto, un secondo.

Mi domando se il mondo degli altri sia fatto della stessa sostanza del mio: di sensazioni composite ma così limpide, così preziose; se nella felicità, nella delusione, nell’affetto, nell’imbarazzo, negli errori tutti quanti ascoltiamo rapiti il silenzio dietro, il rumore dell’anima che germoglia. Cosa c’è di male nel danzare con i propri sentimenti, fissarli negli occhi e farsi insegnare passi nuovi, riscoprire movimenti dimenticati, volteggiare attraverso il tempo? Amo il sentore della sabbia fra le dita, e l’inconfondibile color caccola di quella maglietta (dicevano fosse cachi), il fatto che mi costringa a fissare di nascosto quelle minuscole macchie di luce castana nelle tue iridi azzurre, e poi le onde dei tuoi capelli e quel movimento improvviso del bacino che so bene, quando la pallina del subotto minaccia un gol che non ti aspettavi; e amo anche il cielo e i tetti di Pisa che si vedono da una finestra di collegio, i silenzi infiniti imbarazzati tristi, quello sguardo dolce e interrogativo, quelle lacrime, quei baci soffici e quell’aria sperduta; amo i miei pensieri giusti e i miei pensieri sbagliati, le fragole e la panna, le cose che nascono le cose che muoiono, le canzoni e il verso degli uccelli a sera d’estate.

Cosa importa, dopotutto? Non è meravigliosa la vita? Non chiedo altro che la libertà d’essere infelice, la libertà di essere me. Mi accorgo che non ho finito di succhiare nettare da sogni soffusi e dolcemente impossibili, e finché ve n’é ancora anche solo una goccia non posso che tornare fra gli stessi petali, di nuovo, a implorarne dell’altro. Farai male a te stessa, mi dicono, e io non capisco davvero: non lo sanno di cosa è fatto il mondo? Non sanno che si sopravvive all’infrangersi dei sogni, che un giorno il nettare finisce e la tristezza ha il sopravvento, ma che dal polline rimasto imbrigliato fra i veli del sé nasceranno mille e mille fiori nuovi, in luoghi diversi e imprevedibili? E se anche vedrò appassire quella corolla così invitante, così accogliente, se anche vorrò morire per il desiderio di labbra che mi sono irraggiungibili, se anche mi ritroverò a piangere da sola davanti al mio cestino di fragole, ditemi, ditemi, che male c’è?

Prenderò le parole più belle, quelle più dolci e profumate, e le intreccerò in una collana di versi, da regalare a questo universo in cambio del tuo sorriso di sempre, in cambio di tutti gli amori non ricambiati.

Ho tentato di spiegarlo, mentre il cielo ostentava il suo imbrunire dietro quella finestra: amare è morire, è cadere in pezzi e ricostruirsi daccapo, un giorno dopo l’altro; amare è il desiderio dirompente d’essere vento ruvido e carezzevole su una spiaggia assolata, di essere quella fragola rossa per poter percorrere, una volta soltanto, il misterioso sentiero d’aria che conduce verso l’abisso di un bacio.

Amare non è quello che stiamo facendo. Nella solitudine ci siamo cercati, senza trovarci mai; più che questa dolcezza stinta oramai non so regalarti, perché altrove nascono i miei colori, lontano. Ti voglio bene, ma. Mi sei caro, però. Siamo uno iato, non un dittongo. Siamo cose accostate a caso. Non ti appartengo, e tu non appartieni a me. Non sei il mio tu.

Lasciatemi amare dove posso, morire del sapore di una fragola perché per un istante possa non esistere altro. Lasciate che io mi faccia male, perché porto con me le parole per lenire le mie ferite. E se un giorno qualcuna mi mancherà, sapreste essermi accanto e trovarla per me? E se dovessi non trovare quelle giuste per voi, saprete mai perdonarmi?

Volevo solo che quella fragola potesse insegnarmi la strada. Volevo solo essere felice, un po’. Volevo solo le cose sbagliate, lo sai, lo sai, lo so.

Ma il mondo è bellissimo, capite, perciò non importa.

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2 thoughts on “L’ultima fragola

  1. marco says:

    Già, il mondo è bellissimo e questo scritto mi ha dato emozioni.
    Brava. Grazie.

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