Rumor Has It

Passerà. Passerà, mi ripeto, e come al solito non so dire se davvero sia quello che voglio, o se io non viva piuttosto per questi momenti di follia che ancora vengono e vanno, per suggerne l’incanto e la disperazione e il desiderio e nutrirmene in religioso silenzio.
Tento d’inventariare i ricordi di una sera pazza e in qualche modo preziosa, di stimare le perdite: un vuoto imbarazzante sul momento in cui abbiamo aperto il divano-letto, ci siamo preparate per dormire (devo averlo fatto, ma quando e dove mi sono infilata il pigiama? Ho dato la buonanotte? Qualcuno si è occupato del materasso gonfiabile? Chi ha messo in salvo la mia roba?). Ricordo la cena e la Tequila sale e limone, e forse del Gin, e il Rhum e pera e le canzoni e i balli e poi la Rossa che mi porge un altro bicchiere
ecco: qualcosa di rosso, forse, una Vodka alla fragola
dolce
ma forse no, forse frizzante
forse erano due drink diversi, due momenti diversi.
Fa lo stesso. Ricordo il rumore di segreti gridati
vattene, Pietro!
e io che in quel momento non provo sorpresa nel riconoscere la verità che mi ribolle dentro, calda e limpida e terribile ma così liberatoria: la farei danzare sulle labbra e la griderei, tutta quanta, se non fosse che non ce n’è bisogno
lo sa, lo vede, tutti lo vedono benissimo
ma non me ne importa, davvero; il bene e il male si abbracciano e ballano assieme, vicini, indistinguibili, e non ho lo spazio, il tempo per giudicarmi, per darmi della stupida o della stronza mentre annuisco senza ritegno e bevo le parole di comprensione che mi giungono in cambio come se la mia stessa vita ne dipendesse. E poi
non dovrei dirtelo, veramente… dice la Rossa.
E’ buffo come questo sia il ricordo più limpido di tutta la serata, nonostante la Tequila e il Rhum e la Vodka e la sottile nebbia che lo circonda. E’ un’isola dai colori nitidi e sgargianti perduta in uno spazio-tempo grigio e non del tutto a fuoco; e perfino in quel momento, ubriaca oramai, so che non significa niente, che le parole sono vento e le sensazioni sono più lievi ancora, subdole e incerte e passeggere. Eppure lo sento benissimo, il cuore che mi si stringe; tutto quanto è rosso: i suoi capelli e la luce soffusa delle candele nella stanza e, ora ne sono sicura, anche il mio drink.
Alessandra, ripete, a sigillare il piccolo segreto che mi consegna in cambio dei miei non detti, come per accertarsi che io abbia capito. Ma anche quella è una parola, null’altro che vento, e lo so lo so lo so che non significa nulla. Eppure la verità si agita dentro di me e prende a pulsare contro la pelle, contro le labbra, negli occhi.
Ed ecco, sono chiusa in bagno e sto singhiozzando. E’ come dopo la festa di carnevale, quando piangevo trascinandomi dietro la mia enorme luna d’argento, sola per le vie deserte di Pisa, sopraffatta dal senso di sbagliato e d’isolamento, dal desiderio e dalla nostalgia. Ma è diverso, perché stavolta non sono sola e lo sento benissimo: fuori dal bagno ci sono tutti gli abbracci che posso desiderare, e io non sono lontana e trasparente invisibile, ma presente e accaldata e fatta di carne. Per cui, mentre come allora penso è-tutto-sbagliato-è-tutto-sbagliato-ho-sbagliato-tutto so che invece va tutto bene. E non ho lacrime ma solo singhiozzi irregolari e zoppicanti che mi scuotono tutto il corpo (il pensiero che abbia a che fare con l’alcool e la disidratazione mi attraversa rapido e distratto). Non credo di essere triste. In un certo senso credo di essere felice. Bussano.
Sto bene sto bene esco subito. Lo penso o lo dico, lo faccio; e di nuovo il rosso e la danza e la vita mi turbinano attorno, incolpevoli, a consumare il tempo di questa sera, questa notte, come la fiamma una candela. Come la verità mi brucia da dentro, e che altro posso fare io se non attendere che ancora tremi sofferente e si spenga, così da potermi abbandonare alle illusioni che mi sforzo di leggere nel fumo?
Mentre mi ispeziono le occhiaie in una mattina dal tempo incerto penso all’incantesimo Desiderio (che è di nono livello) e ai geni e alle lampade, che sembrano in tema per una serata araba; penso ai miei stupidi desideri, alle conversazioni a mensa sull’utilizzare un genio per evocare un altro genio, e mi domando se, una volta capitatomi a tiro un genio, mi passerebbe per l’anticamera del cervello il sano pensiero da matematico di cercarne infiniti.
La verità è no.

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