Fantasia di porte

La serata di ieri ha prodotto una serie di frammenti – un po’ in versi, un po’ in prosa – di una malinconia indicibile, e pietosamente inconclusi. Vorrei potermi dire che è stata una cosa catartica, un indulgere in ricordi inaspettatamente dolci e dolorosi per l’ultima volta, per lasciarli indietro tra le braccia dell’anno che muore. Mentirei a me stessa, spudoratamente: è tutto quanto ancora qui, e se mai questo desiderio algido, platonico e delicato come un magico fiore di vetro mi lascerà del tutto, non sarà oggi, né domani. Anche quando gli ultimi echi di una tenerezza involontaria si saranno spenti, soffocati alla fine nelle lontananze, e quando primavere nuove e diverse si saranno succedute nel giardino delle mie voglie, ho come l’impressione che tutto questo se ne starà lì, immutato, simbolo di un amore trasparente e aereo, azzurro, forzatamente letterario, che si vendica con l’immortalità del fatto che il reale non abbia potuto incatenarlo agli ingranaggi del tempo.

Pensavo, perciò, alle porte. Porte che ho visto aprirsi, porte che ho visto chiudersi in questo anno strano e breve. Pensavo, lo ammetto, ancora e ancora, a quella porta chiusa contro la quale, timida e ammutolita, ho bussato piano in una sera di luglio, a quelle due parole dolcemente apologetiche, sfumate da un sorriso e da un lieve retorico tono interrogativo, il rumore di una chiave che gira decisa nella toppa ed echeggia di tutto ciò che non avrò mai, mai, mai. Mai dire mai, che pazza meravigliosa sciocchezza.
Ma oggi va meglio. Mi chiedo se questi deliri e struggimenti senza capo né coda siano almeno in parte regali del cortisonico, che il foglietto illustrativo dichiara possibile latore di euforia, profonda depressione, cambiamenti nella personalità, sintomi di psicosi – minchia. Non è colpa mia se sono una deficiente totale, è il cortisone. Può andar bene come scusa?

Perciò pensavo alle porte, a quella della camera centouno che era così mia e non lo è più, che ho sempre immaginato pronta ad aprirsi per due chiacchiere in corridoio e l’offerta di una tazza di tè, ma che non ha mai avuto l’occasione di diventare davvero ciò che volevo; pensavo alla porta della mia stanza di Cambridge, che era pesantissima di legno tarlato e spesso quest’anno si è chiusa su una solitudine intensamente marrone, a proteggere come una conchiglia i miei slanci neo-adolescenziali mentre mi commuovevo di nuovo al suono struggente di Schubert e Brahms e Dvorak.
Pensavo al Palazzo della Carovana, alla targa di metallo con su inciso SI PREGA DI ACCOMPAGNARE LA PORTA. Hanno aggiunto un biglietto di carta con una scritta simile fatta a penna, appiccicato al vetro, forse perché la gente si è abituata alla targa di ottone e sottovaluta l’importanza di accompagnare la porta, che dev’essere capitale per meritare ben due perentori messaggi dedicati.
Accompagno quasi sempre la porta. A volte no, quando il mio pensiero è tutto per la porta dell’Aula Tonelli che si chiuderà alle 6 precisissime, anche prima, e non è proprio il caso di arrivare in ritardo se non vuoi incorrere nelle ire di Z.
Pensavo che in realtà sono le porte ad accompagnare me; e tutto all’improvviso si fa confuso: i cancelli sbarrati in Via Consoli del Mare, la porta del Carducci e quella del Faedo, il mio nuovo portone di casa che si apre malvolentieri, la porta dello studio e quella di camera mia ricoperta di carta, e quella porta a cui busso piano, spesso, cercando affetto e un cucchiaino di miele, trovando più di quanto mi senta di poter domandare, nonostante questi eppure che salgono non richiesti, quando sono sola e malinconica e sotto cortisone.
In tutto ciò quello che sento davvero è il rumore della chiave che gira nella toppa – mai, mai, mai – chiudendomi fuori da una città stregata di ghiaccio e di fumo che ho costruito nel buio e che rimarrà per sempre inesplorata, deserta, immutata finché non mi stancherò di sognarla e cantarne le strade, i pinnacoli, le guglie, i paradossi.

La danza delle porte mi turbina attorno: i sì, i no, i forse – mai, mai, mai – ed ecco sono rinchiusa nel cuore di un labirinto da cui non so districarmi da sola. E’ senza pensare davvero, con quell’ingenua intensità di quando ero bambina e credevo nelle cose magiche, che serro gli occhi e mi arrendo a bisbigliare un ti prego nel buio della mente, quando il bisogno di sentire di nuovo quella voce si fa capricciosamente insopportabile, chiamami.
E’ un filo rosso che ogni volta sa condurmi fuori dal labirinto: mi ritrovo a non provare davvero sorpresa quando suona il telefono, quando le lettere si compongono sullo schermo in risposta al mio richiamo: ancora una volta è come lasciarmi condurre per il lungarno, l’imbarazzo che pian piano scema e l’affetto no, quelle due parole appese davanti agli occhi che gradualmente ritrovano forma e colore e significato.
Va bene così.
Verrà il giorno in cui le magie di quando ero bambina non funzioneranno più. Verrà il giorno in cui ti avrò perduto del tutto e per sempre, ma anche se mai mi prenderai per mano è così facile e naturale lasciarsi riportare a casa dal suono della tua voce, mentre la realtà si ricompone pezzo per pezzo attorno.
Va bene così.

Buon anno.

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2 thoughts on “Fantasia di porte

  1. ericagazzoldi says:

    La porta… Un simbolo transtemporale e transculturale. Ha una funzione drammaturgica imprescindibile in Plauto. E’ stata riutilizzata, rivisitata, reinterpretata e rimodellata lungo l’evoluzione del genere fantasy. A volte, è ambientazione di fatti storici indimenticabili (“Termopili” significa “porte calde”…). E’ un simbolo rituale potente, dai Propilei dell’acropoli ateniese per cui passava la processione delle Panatenaiche, alla “porta santa” aperta nei Giubilei. Ed era la mia ossessione infantile. ;-)

  2. phitilde says:

    Sì, è proprio fra i simboli fondamentali del mio immaginario: porte, labirinti… chiavi.
    Tra l’altro, complimenti per il tuo blog, lo seguo molto volentieri :) Ti spiace se ti aggiungo al mio blogroll?

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