Ombrello piccolo grande

Nel posto sbagliato, al momento sbagliato: un respiro profondo, chiudo gli occhi un instante nella luce bianca dell’atrio, e il rumore della pioggia che si abbatte incessantemente contro la tettoia sembra triplicare d’intensità. Un breve calcolo, un altro momento d’indecisione, un lampo, un tuono.
Pronti, via.
Pisa sotto la pioggia scrosciante ha un altro aspetto, familiare anch’esso, e non del tutto sgradito. Le gocce si avvicendano indistinguibili in un fruscio crepitante continuo e fragoroso, violente contro la superficie sbilenca di un ombrello rotto, e dopo quattro passi sono già bagnata.
Il portinaio del collegio è sulla porta, lo sguardo perduto nell’oscurità, nella pioggia, e pensa. La pioggia fa pensare le persone, le fa distanti e dolcemente malinconiche, e nel guardarle le sento improvvisamente più vicine, più simili a me, le loro anime messe a nudo nel profondo delle pupille. Per questo, anche da bambina, soprattutto da bambina, amavo il rumore del temporale, e il buio minaccioso che esalta le sfumature pastose delle luci dentro le case, dove la gente non può fare a meno di volgere gli sguardi alle finestre, sentire la pioggia dentro, e pensare.
Un minuto, due, e ho l’acqua dentro le scarpe. Mi stringo all’ombrello e combatto sola contro l’acqua, contro il vento, contro i brividi, e in qualche modo mi sento meglio. E’ come un’espiazione: mentre l’acqua conquista porzioni sempre maggiori dei miei jeans, e comincia a inzuppare i piedi e la giacca, mi sento lavata di colpe immaginarie, del residuo di pensieri sbriciolati, dovutamente calpestati da qualche parte, ma pur sempre così indicibilmente dolci da portare di nascosto alle labbra, anche così, frammentati e inutili e sporchi.
Un lampo, un tuono assordante nell’arco di una frazione di secondo, e tremo tutta di una paura antica, profonda repentina scura, sola nel temporale, sola con le mie briciole di una tenerezza caduta, con i suoni molli delle parole e le sagome nere di lettere minute e gli echi di storie, e una punta di senso di colpa, e un senso di colpa crescente dovuto alla palese inadeguatezza della mia punta di senso di colpa.
Lascio andare tutto quanto alla pioggia, trasalisco e mi accartoccio nel mondo rovesciato di un nuovo lampo, squassata da un altro tuono (ma più lontano, stavolta, un borbottio profondo e prolungato: lo stomaco del cielo digerisce i miei pensieri pesanti).
Sotto le logge non ci sono altro che coppiette che si baciano appassionatamente riparandosi dalla pioggia; la loro presenza m’infastidisce appena e proseguo veloce, fradicia, facendomi scudo con un ombrello preso in prestito contro la realtà, contro le passioni del mondo, spaventose quanto il lampo e il tuono, proteggendo la mia anima oramai pulita e vuota dai pensieri e dai ricordi e dalla poesia. Ma è un ombrello rotto, crollato in parte, che mi ripara appena. E non è mio.
“Ombrello piccolo grande! Piccolo grande, ombrello!”
Gli uomini degli ombrelli si aggirano come scuri spiriti vagabondi nella città quasi deserta, apparentemente a loro agio sotto il temporale, ostentando i grandi ombrelli che li proteggono come incantesimi. Ma anche loro devono essere fradici, lo so.
“Rotto! Piccolo grande ombrello, tre euro!”
Faccio cenno di no con la testa mentre passo accanto a un’ennesima coppia seduta sotto i portici, e lui le tiene la mano.
Non sento più nulla se non il freddo, il bagnato. Così, penso. Così va bene.
Il portone di casa mi si fa incontro per la strada buia: dev’essere l’una e mezza di notte, almeno, e per le traverse del Borgo non c’è proprio più nessuno, nemmeno fantasmi portatori di ombrelli.
Chiudo il mio con cura – non il mio, mi correggo: nel guardarlo lo sento al contempo estraneo e amico, compagno in questa breve battaglia notturna; abbiamo vinto, penso, siamo a casa. Tu rotto e storto e malandato, accasciato sull’aria, mio leale cavaliere per questa notte, e io… io mi sento bene, in qualche senso che in parte mi sfugge.
Su per le scale, passi pieni d’acqua nel silenzio; scivolo in camera, cerco il conforto soffice di un asciugamano, e per questa notte so che dormirò accoccolata nell’abbraccio delle muse, che il cielo e la terra si fonderanno dentro di me e tutto andrà a posto; vorrei imparare quella sorta di dinoccolata disinvoltura che invidio tanto, che sa mettermi a mio agio in qualunque momento e sospingere via tutti gli imbarazzi: ho come l’impressione che allora saprei cosa fare, cosa dire, che tutto sarebbe giusto e luminoso e pulito come dovrebbe, come credo sia là oltre, dietro le maschere della vita.
Mi rinchiudo in cucina senza far rumore, faccio scendere l’acqua calda e lavo i piatti, le ciotole, il pentolino, forse anche nel tentativo di prolungare quella sensazione di sano, semplice vuoto, di lavare via anche le ultime briciole.
Nella luce gialla e pastosa volgo gli occhi verso la finestra, sento la pioggia dentro, e penso.

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