Giocatori correnti e colori di troppo

[26/11. Qualcosa mi ha ricordato questo post che giaceva come draft ormai da un sacco di tempo. Alla fine, perché no. Non posto perché i pensieri non stanno fermi abbastanza a lungo perché si riesca a farli mettere in posa. Diventano subito vecchi, o falsi, o difettosi, o semplicemente svaporano. Così. Ho pensato di farlo lo stesso.]

Un’altra festa, risa e schiamazzi si mescolano oltre il muro; mi chiedo se non sto forse disimparando quel desiderio di libertà che confonde le forme e scioglie le membra nella danza, che ti trascina in mezzo alla samsara e al movimento in quell’atmosfera calda, fitta d’anime altrui, alla ricerca del tuo spazio da far sbocciare in mezzo a una compagnia turbinante di corpi e di pensieri e respiri affannosi e grida e canzoni.
E’ un segreto che ho saputo, e forse non so più altrettanto bene.
E’ un segreto, ho imparato tempo fa, che richiede gli amici adatti, in ogni caso.
E’ una giornata difficile senza un motivo, come alle volte capita: è una giornata in cui strascichi di cose immaginate mi dondolano dietro gli sguardi, e a tratti mi domando se non avesse un che di più aulico, di più remotamente dolce e piacevolmente doloroso, immaginare: cullarsi dentro il nocciolo di sogni impossibili, nella consapevolezza della loro poetica inutilità.
Ho il cuore troppo dilatato, troppo abituato all’esercizio vano di amare convintamente fantasmi e frammenti di nuvole, ed è come se nulla di reale fosse più sufficiente a riempirlo tutto.
E’ l’azzurro, ne sono convinta. E’ quella tonalità di azzurro che mi mette la solita nostalgia d’un nulla, il desiderio di librarsi dove l’aria è fredda e rada e le parole cristallizzano in gocce di poesia, là dove forse vorrei che qualcuno mi seguisse, dove ogni volta mi ritrovo meravigliata e incantata e sola. Che sia quello, alla fin fine, il luogo per me? Un iperuranio spazzato dai venti di passioni estemporanee, iridescente dei colori di mille piccoli pensieri, cui un demiurgo un po’ linguista s’è ispirato nel regalarmi le forme plastiche e musicali delle parole.
Chi verrebbe con me? Chi accetterebbe di condividere quest’unico paio d’ali?
Sogno, in queste notti frammentate, una vita a turni.
“Pesca una carta” mi dici.
Ma io ho già dimenticato gli effetti degli oggetti in gioco, e comunque c’era questa regola che adesso non ricordo nemmeno più, ma che mi sembrava ingiusta. Pesco una carta, e vorrei domandare cosa significhi ma non posso.
La vita non è un gioco da tavolo, vero?
Eppure forse è proprio quello che mi aspetto: un rigoroso alternarsi d’iniziativa, una lunga fila di successi e fallimenti determinati dal ripetersi di un celeste tiro di dadi. O forse, piuttosto, un complesso gioco di gestione risorse, in cui energie fisiche e mentali ed emotive s’investono in una serie di compiti nella speranza di ottenere dei bonus, nell’attesa che giunga il momento di contare i punti vittoria. Ho il dubbio di non essere brava in questo gioco.
Ho il dubbio d’essere, più che in ogni altro, subottimale.
Ci sono giorni in cui ho così paura di perdere; in cui ho paura che m’importi troppo, o troppo poco, che le mie stesse parole, così amiche, così dolci e sincere in bocca, diventino all’improvviso rancide e traditrici e bugiarde, mio malgrado. Vorrei non saper sentire il canto perfetto e muto di un azzurro che mi è rimasto incastrato da qualche parte in mezzo ai pensieri, e che all’allentarsi di ogni abbraccio accompagna un limpido istante di freddo.

Tocca a te muovere, credo.

Advertisements

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out /  Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out /  Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out /  Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out /  Change )

Connecting to %s