Dentro, fuori; vicino, lontano

Lo riconosco, è tutto molto strano.
“Ma tu sei ancora in questo collegio?”
Indietreggio verso la portineria, imbastisco perifrasi tinte d’un lieve imbarazzo, quando la risposta giusta è semplice e concisa: no.
Oggi sono più lucida, e il mondo ha di nuovo una parvenza di normalità, nonostante la tessera della mensa che non funziona e i giri che mi tocca fare per Pisa, e gli scatoloni. I tasselli tornano gradualmente al loro posto, e finalmente mi invade limpida e fresca la consapevolezza che casa mia non era la camera 101 o l’atrio del Faedo, ma forse il tono di voce con cui si chiede “caffè?” dopo mensa, e i sorrisi di persone con cui ho condiviso frammenti di vita, e gli ammiccamenti scintillanti del sole sulla superficie increspata dell’Arno. Un ultimo abbraccio scioglie definitivamente qualcuna di queste angosce che hanno preso casa nel mio stomaco e nella gola e nei pensieri, ed è come una doccia calda, come un ricordo felice, come una tazza di tè col miele, come una poltrona morbida e colorata. Forse davvero non ha così importanza non avere più una poltrona: mi ritrovo a pensare che le poltrone degli altri sono sempre più comode della propria, semplicemente perché hanno accluso un invito a sedersi che le rende speciali. Ripenso a quando bambina interpretavo a modo mio i proverbi: “l’erba del tuo vicino/ è sempre più verde sai” cantava Sebastian ne La Sirenetta, e io ero convintissima che si riferisse a come le case e i giardini degli amici siano posti meravigliosi, ignoti, fatti per essere scoperti, carichi dell’eccitante promessa di una condivisione spontanea e generosa.
Nonostante tutto, forse a causa di tutto, mi sento molto fragile e molto bambina in questo momento. Detesto avere una laurea.
La poesia delle cose si afferra meglio dopo un gin tonic che abbondi di gin, devo aver detto, o forse l’ho solo pensato. E’ vero, in un certo senso. Ma i ritmi dei sogni stavolta sono affannosi, e le danze delle parole sono macabre e non hanno un buon sapore: siedo sola e mi dico che non sarei in grado di filare nessuna poesia con i pensieri consumati che mi saltellano fastidiosamente nella testa. Ascolto il toc, guardando la pallina che va avanti e indietro, pensando che il biliardino è portatore di una poesia spezzata, avida, a tratti aulica a tratti rabbiosa: ascolto i sogni volubili ma laceranti della pallina, e mi domando se io sono ancora in grado di sognare a quel modo, con ferocia tale da trascinare a forza i castelli dell’immaginazione dentro la realtà.
E fare toc.
Forse lo sarei, mi dico, se sapessi cosa voglio. Forse non è l’abilità di sognare e credere quella che sto perdendo, ma quella di capirmi e scegliere.
La poesia delle cose svolazza come una falena nel buio, mentre faccio dondolare le gambe avanti e indietro, avanti e indietro, e mi concentro a odiare la voce della mia coscienza – cos’hai? Sei gelosa? E’ così? – e a pensare nonèverononèverononèvero con scarsa convinzione, quando probabilmente in effetti non lo è. E’ soltanto che è tutto un po’ tagliente e al tempo stesso soffuso, che la poesia delle cose è cieca e maldestra, che sono così stanca e affamata di qualcosa che non so, che il mio sguardo cerca appigli ai quali aggrapparsi e non trova altro che i misteri erratici di una pallina.
Mi è difficile indovinare cosa sto pensando. Forse che bisognerebbe non ripetere cento volte gli stessi errori, e che – beh – come dire, potrei starlo facendolo. Forse che tuttora mi sconvolge come oramai le azioni degli esseri umani mi paiano mosse sempre e soltanto da un bisogno folle di amore e accettazione e vicinanza, al di là di contorte e futili motivazioni contingenti. Forse che, nonostante questa sia la mia festa di laurea, sono qui seduta a prestare orecchio ai silenzi di dentro anziché alle ondivaghe cazzate di fuori, e che tutto sommato è un’attività di una certa dolcezza, lenta e avvolgente e morbidamente dolorosa, nella quale comincio a indulgere un po’ troppo spesso.
Forse vorrei soltanto saper credere che andrà tutto bene.

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