Come Quando Fuori Piove. Solo, non proprio.

12 luglio, 3:45 GMT+1.0

Giuro che ho fatto del mio meglio per dormire; detto questo, non nego che ci siano cose che sarebbe tanto meglio fare alle ore 3:45 am, rispetto a questa. Questa è accostarsi a un computer caldo, sbadigliare, scrivere. Direi che questo post farà il paio col precedente: di un’insonnia; di un addormentarsi, un po’; di un risveglio, se si vuole.
Ho fatto del mio meglio per dormire, dicevo, se non fosse che l’universo sembra aver deciso di frapporre tutti gli ostacoli a sua disposizione fra me e il sonno ristoratore di cui ho dannatamente bisogno.
Fa caldo.
Quel caldo immobile appiccicaticcio subdolo.
Ho male alla gengiva, perché un dente del giudizio ha deciso di affacciarsi proprio adesso e vedere che aria tira. Potevo dirglielo io, direttamente: nessuna.
La fidata emissaria dell’universo Signorina Zanzara Che In Realtà Sono Probabilmente Almeno Quattro Zanzare sta facendo anche lei un egregio lavoro nel dissuadermi dal sonno.
Ma la palma va all’ignoto tizio-all’altro-capo-di-un-telefono-esterno, destinatario di tutti gli accidenti che mi vengono in mente (anche se, devo ammetterlo, la mia fantasia in questo momento è piuttosto limitata) che chiama camera mia alle tre e mezza, svegliandomi dal sonno precario e tormentato che mi ero conquistata ben dopo l’una, e riattacca quando rispondo.
Cioè.
Potrebbe andare peggio. Potrebbe piovere.
Il che sarebbe in realtà molto, molto meglio, naturalmente.
Potrebbe piovere fuori e non dentro, ecco; apprezzerei.

12 luglio, nuclei markoviani

Sono una cipolla.
Ho pensato a com’è che mi sento, perché ultimamente l’introspezione gratuita è una delle mie attività preferite. Più un virtuosismo che una necessità.
E mi sento come una cipolla: piena di strati.
C’è lo strato amaramente felice-e-contento e relativamente ragionevole, e meglio-così-che-cosò.
Subito sotto c’è lo strato un po’ triste, quello dove piove.
Sono entrambi strati facilmente raggiungibili, e superficiali.
Più sotto c’è lo strato che si vergogna. Non mi è del tutto chiaro quanto, ma un po’.
Ancora più sotto c’è lo strato che non si vergogna; in effetti preferisco fare del mio meglio per saltare a piè pari il precedente e arrivare qua: dove la distinzione fra realtà e letteratura cade, e le parole e i pensieri si legittimano da soli in virtù di una certa qualità estetica, astratta. E, nel senso, chissenefrega. La verità è bella perché è vera. E’ vera perché è bella. Non saprei. L’importante è che canti, no?
Pensandoci bene, forse lo strato che si vergogna e quello che non si vergogna sono tuttuno.
Quanto a voi, miei cinque o sei lettori, permettetemi di non vergognarmi di aver condiviso con voi una storia. Un po’ più vera, o un po’ più falsa o un po’ più imbarazzante del solito. In ogni caso, avete letto e ascoltato, e giocato con me: affari vostri, nel senso.
Ma gli strati che preferisco sono sotto, sotto ancora. Sono quelli difficili da dire, eppure sono i più semplici e lineari e pacatamente solidi di tutti.
Sono orgogliosa.
E’ buffo, ma mi capita: sono orgogliosa delle persone. Come adesso.
Ho questa incrollabile certezza, più forte ancora di prima, che ci capiamo; che è tutto molto, molto facile, che in realtà lo è stato sempre; che è tutto a posto, perché non potrebbe essere altrimenti. Che non c’è niente che io debba dire. Che vorrei solo fare più cose insieme, lo stesso, perché è bello. E non c’è nemmeno bisogno che io mi sforzi d’inventare le parole, perché lo sappiamo entrambi e basta.

13 luglio, presto

Cantiere. Mi sveglia il rumore, alle 6 e mezza.
Capisco il Karma, ma insomma. C’era davvero bisogno?
Vado ad assopirmi sul divano della sala tv, dove fa un po’ più fresco.
Forse oggi piove. Forse è meglio, forse no.
Vorrei che qualcuno mi cantasse una ninnananna.

13 luglio, dopo

Vorrei scrivere qualcosa che cominci con:
Capitolo Primo
Mi addormento dentro questo pensiero per un po’, prima di realizzare che una tesi risponde perfettamente a questo requisito.
Per dare una parvenza di coesione a questo post dovrei dire che piove, ma naturalmente non è vero; la realtà non si accorda tanto spesso con le mie esigenze letterarie.
Credo che vada bene lo stesso.

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2 thoughts on “Come Quando Fuori Piove. Solo, non proprio.

  1. Ani-sama says:

    Sono passati sei giorni e, almeno qui, è arrivata l’estate che ho sempre sognato. Limpida. L’aria… dissetante.

    Ma i nuclei di Markov, poi?

  2. phitilde says:

    Beh dai, come dire, i nuclei markoviani non sono esattamente il punto. Tant’è vero che mi davo all’introspezione gratuita nel frattempo.
    In ogni caso, ho l’esame di Processi Stocastici fra una settimana.
    E oggi c’è un vento fresco e si sta molto bene. Fuori, almeno. (Sì, beh, pur di mantenere standard non stratosferici si sopravvive pure dentro; ho anche appena vinto una partita a una specie di gioco dell’oca fantasy.)

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