Dacci un taglio!

In tutti i sensi. In molti sensi, se non altro.
Mentre l’acqua calda lava via i pensieri e delle mani estranee mi massaggiano la testa, gentili ma energiche – anzi forse neanche tanto gentili, ma energiche di sicuro – mi lascio scivolare verso il luogo della mia mente in cui mia madre compie quegli stessi gesti (“mamma è fredda! Mamma è calda scotta!”), e il bagno non aveva le piastrelle celesti ma bianche, rettangolari, e avevamo ancora la vasca.
Credo che la parte migliore dell’andare dal parrucchiere sia questa sensazione di metterti fiduciosa fra le mani di qualcun altro, di abbandonarti semplicemente e lasciare che qualcuno si prenda cura di te. Come da piccoli. Mi piace quando ti fanno lo shampoo: l’acqua della temperatura perfetta, e queste mani di una persona che nemmeno vedi, intente a liberarti la testa dall’ingombro delle preoccupazioni e delle paranoie e forse – perché no – anche dei pensieri felici, e tu non puoi far altro che guardare in alto, verso i neon, lasciandoti attraversare dai discorsi sfaccendati delle signore, che rotolano e rimbalzano da una parte all’altra della stanza.
L’asciugatura e il taglio mi esaltano meno. Preferisco la vista del soffitto spoglio a quella delle poltrone e degli specchi, e delle me degli specchi soprattutto – prima, durante, dopo: mi tocca sorbirmi l’intero catalogo delle mie espressioni e leggermi i pensieri in faccia mentre passano, uno via l’altro, come se non fossi in grado di leggermeli già nella testa, grazie mille.
L’espressione più frequente è di lieve, malcelata preoccupazione.
A questa si alternano “sguardo perso”, “mamma mia ho pure le occhiaie”, “sarà meglio sorridere, ho tipo la vaga impressione che dovrei sorridere” e varianti assortite di unpo’megliocelata preoccupazione.
I pensieri che mi attraversano, che vedo scritti a caratteri cubitali nello specchio (quasi stile occhi dello shinigami, per gli amanti di Death Note), sono del tenore di:
l’altra volta erano scalati. Forse sono meglio scalati
Mi ci vuole un caffè. Vedi fare le tre per queste maratone del Signore degli Anelli?
Non mi ricordo più i nomi dei figli gemelli di Elrond
Ho un brufolo
Ecco forse dovevo portarmi gli appunti di Gaiffi a casa, anzi decisamente
Questo taglio non mi convince. E comunque tanto sono sempre uguale, che non mi è chiaro se sia precisamente quello che volevo o precisamente l’opposto
ha detto “no”. Non nego che ho provato una vaga soddisfazione, come se significasse un centesimo di qualcosa – ma un taglio, dicevo, un taglio. Non sembra neanche difficile. Un taglio netto
ginocchio, labbra, ginocchio, labbra contro il ginocchio, pollice, indice, mento, labbra, naso
non tanto difficile, ecco. Anzi
cosa vorrà dire “hutch”*, comunque?
“Vuole qualcosa dal bar?”
Sussulto, un po’ forse per il “lei” in un momento in cui mi sento così bambina (l’espressione nello specchio sta dicendo chiaro e tondo eh? Ha detto a me?, e poi ha detto cosa?), chiedo di ripetere.
No, no, grazie, e il flusso dei pensieri riprende, stavolta più sfilacciato e meno fastidiosamente verbale; finalmente giunge alla consistenza giusta per sfocare lo sguardo e liberarmi dei contorni delle cose. Scelgo gli attimi perfetti dal grappolo dei ricordi recenti, e li riassaporo piano; faccio presente a me stessa quanto siano pochi, tanto per non perdere il senso delle proporzioni, e al contempo non posso che rallegrarmi a prescindere.
Vedi, non l’hai saputo spiegare, o non hai voluto; non lo sapresti spiegare neanche adesso, forse, ma è esattamente questo che t’incanta: di tanto in tanto una manciata di secondi, come… aperti. E solo allora – ti pare – ti rendi conto del fatto che tutti gli altri secondi che passano sono chiusi: chiusi come boccioli delicatamente raccolti su se stessi, talvolta preziosi o tristi o anche esaltanti, ma sempre ritratti in un grazioso rifiuto. Non so dirlo altrimenti. Arrivano questi istanti aperti in cui nulla, nulla è più rilevante; in cui ha il sopravvento la devastante semplicità, l’inedita naturalezza dell’atto di comunicare, e una felicità senza connotazioni s’impossessa dell’anima. Il tempo sboccia. Non è nulla di che, davvero: una sensazione appena percepibile, come un protendersi, un dire e ascoltare non tanto per quel che viene detto e ascoltato ma per il puro piacere di farlo. Ne ricevo una gratificazione profonda molto vicina a quella che si ha nel nutrirsi quando si ha fame, o bere quando si ha sete, o addormentarsi quando si ha sonno. Non succede sempre, anzi ultimamente succede poco, ma la cosa davvero stupefacente è che a volte succeda.
Ecco, è tutto qui: questo. Questa… cosa. Ha poco a che fare con le qualità o con il carattere o con il modo di fare o con l’aspetto; al massimo può essere una questione di forma delle anime, e molto più probabilmente una mia allucinazione che non si capisce da dove spunti. Non è molto più che un desiderio di ringraziare per il regalo inconsapevole di manciate di attimi aperti, quando il resto del mio tempo è irrimediabilmente chiuso.

Perciò, dicevo, darci un taglio. Facile.
So che non è davvero un problema.
Mi guardo nello specchio dopo l’ultima dolorosa passata della piastra, e sono sempre io. Con i capelli lisci. Solo accorciati un po’. Sono sempre io, e la cosa ha un che di deludente.
Non so se sono soddisfatta: non ho dato vere istruzioni e quel che ne risulta è un taglio piacevole, niente di drastico: codardo. Esattamente come quello in cui forse speravo segretamente; esattamente come quello che (a quanto mi dico) sto dando a tutto il resto.
Darci un taglio?
Ammettilo, dice, rassegnata, la voce dei miei pensieri. Tanto vale chiamarla “spuntatina”.

*Significa “gabbia”. In origine l’avevo scambiato per un verbo (non si sa come). Anyway, il dubbio nasceva da:

“Who knows what you have spoken to the darkness, alone, in the bitter watches of the night, when all your life seems to shrink, the walls of your bower closing in about you, a hutch to trammel some wild thing in?”

Evidentemente Grima, in Le Due Torri. Charming.

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One thought on “Dacci un taglio!

  1. the crab u.u says:

    molto carina, la topologia temporale o.o anche se io la percepisco un po’più sfumata, in qualche modo

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