Non è poesia

Mi sento forse
più sola del solito
avvolta in un’allitterazione appena dolorosa
e dolce, alterna
allappante, un po’
e non è poesia
lo so che non è poesia:
solo una canzone rotta nei pensieri
nei passi
e i suoi frammenti feriscono i piedi.

Qualche volta ti senti dire “sei distratta”
o “cosa pensi?” o “sei triste?” o “che cos’hai
in questi giorni?”;
e se irrompe uno schiocco di dita
a spezzare a forza gli intrecci perduti, ritmici
di uno sguardo che si adagia lontano
allora mi monta una rabbia, per un momento
immotivata e vorticante come un vento
e devo deglutire
ritrarmi rancorosa dal gioco degi infiniti per dire
sì. Sono qui. Sì. Allora?

Non è poesia, solo una danza sterile e graziosa
delle parole
che si ostinano tutte a ostentare girotondi;
e non capisco
perché ballate per me?
Non ho più un pensiero, uno solo
che non si esibisca in riverenze,
piroette e a capi;
forse è colato via un po’ di senso
da tutto
e allora vincono i suoni
– quando il gatto non c’è
i topi ballano –
vincono i suoni, e si chiamano e si cercano
dentro le frasi, e io mi distraggo come preda
di un singhiozzo
che nessun altro sente, o vede.

Dove sono? Dove sei? Dove?
Vorrei soltanto
parlare nel sole sorridere
un gelato, magari
poter toccare i futuri, sfiorarli almeno
essere amata
un decimo di quanto io amo il mondo
sapere che andrà tutto bene,
tutto bene
tutto bene
che non sto sbagliando
che non sono inutile in fondo
che qualcuno aprirà la porta e mi dirà
“entra”
che insomma esisto, cazzo. Esisto?

E questa malattia
delle parole che ballano –

guarirò?

Come Quando Fuori Piove. Solo, non proprio.

12 luglio, 3:45 GMT+1.0

Giuro che ho fatto del mio meglio per dormire; detto questo, non nego che ci siano cose che sarebbe tanto meglio fare alle ore 3:45 am, rispetto a questa. Questa è accostarsi a un computer caldo, sbadigliare, scrivere. Direi che questo post farà il paio col precedente: di un’insonnia; di un addormentarsi, un po’; di un risveglio, se si vuole.
Ho fatto del mio meglio per dormire, dicevo, se non fosse che l’universo sembra aver deciso di frapporre tutti gli ostacoli a sua disposizione fra me e il sonno ristoratore di cui ho dannatamente bisogno.
Fa caldo.
Quel caldo immobile appiccicaticcio subdolo.
Ho male alla gengiva, perché un dente del giudizio ha deciso di affacciarsi proprio adesso e vedere che aria tira. Potevo dirglielo io, direttamente: nessuna.
La fidata emissaria dell’universo Signorina Zanzara Che In Realtà Sono Probabilmente Almeno Quattro Zanzare sta facendo anche lei un egregio lavoro nel dissuadermi dal sonno.
Ma la palma va all’ignoto tizio-all’altro-capo-di-un-telefono-esterno, destinatario di tutti gli accidenti che mi vengono in mente (anche se, devo ammetterlo, la mia fantasia in questo momento è piuttosto limitata) che chiama camera mia alle tre e mezza, svegliandomi dal sonno precario e tormentato che mi ero conquistata ben dopo l’una, e riattacca quando rispondo.
Cioè.
Potrebbe andare peggio. Potrebbe piovere.
Il che sarebbe in realtà molto, molto meglio, naturalmente.
Potrebbe piovere fuori e non dentro, ecco; apprezzerei.

12 luglio, nuclei markoviani

Sono una cipolla.
Ho pensato a com’è che mi sento, perché ultimamente l’introspezione gratuita è una delle mie attività preferite. Più un virtuosismo che una necessità.
E mi sento come una cipolla: piena di strati.
C’è lo strato amaramente felice-e-contento e relativamente ragionevole, e meglio-così-che-cosò.
Subito sotto c’è lo strato un po’ triste, quello dove piove.
Sono entrambi strati facilmente raggiungibili, e superficiali.
Più sotto c’è lo strato che si vergogna. Non mi è del tutto chiaro quanto, ma un po’.
Ancora più sotto c’è lo strato che non si vergogna; in effetti preferisco fare del mio meglio per saltare a piè pari il precedente e arrivare qua: dove la distinzione fra realtà e letteratura cade, e le parole e i pensieri si legittimano da soli in virtù di una certa qualità estetica, astratta. E, nel senso, chissenefrega. La verità è bella perché è vera. E’ vera perché è bella. Non saprei. L’importante è che canti, no?
Pensandoci bene, forse lo strato che si vergogna e quello che non si vergogna sono tuttuno.
Quanto a voi, miei cinque o sei lettori, permettetemi di non vergognarmi di aver condiviso con voi una storia. Un po’ più vera, o un po’ più falsa o un po’ più imbarazzante del solito. In ogni caso, avete letto e ascoltato, e giocato con me: affari vostri, nel senso.
Ma gli strati che preferisco sono sotto, sotto ancora. Sono quelli difficili da dire, eppure sono i più semplici e lineari e pacatamente solidi di tutti.
Sono orgogliosa.
E’ buffo, ma mi capita: sono orgogliosa delle persone. Come adesso.
Ho questa incrollabile certezza, più forte ancora di prima, che ci capiamo; che è tutto molto, molto facile, che in realtà lo è stato sempre; che è tutto a posto, perché non potrebbe essere altrimenti. Che non c’è niente che io debba dire. Che vorrei solo fare più cose insieme, lo stesso, perché è bello. E non c’è nemmeno bisogno che io mi sforzi d’inventare le parole, perché lo sappiamo entrambi e basta.

13 luglio, presto

Cantiere. Mi sveglia il rumore, alle 6 e mezza.
Capisco il Karma, ma insomma. C’era davvero bisogno?
Vado ad assopirmi sul divano della sala tv, dove fa un po’ più fresco.
Forse oggi piove. Forse è meglio, forse no.
Vorrei che qualcuno mi cantasse una ninnananna.

13 luglio, dopo

Vorrei scrivere qualcosa che cominci con:
Capitolo Primo
Mi addormento dentro questo pensiero per un po’, prima di realizzare che una tesi risponde perfettamente a questo requisito.
Per dare una parvenza di coesione a questo post dovrei dire che piove, ma naturalmente non è vero; la realtà non si accorda tanto spesso con le mie esigenze letterarie.
Credo che vada bene lo stesso.

Di un risveglio

Mi sono alzata, ho messo l’acqua per il tè.
Ho la bocca secca, ma nient’altro; sono vagamente sorpresa che nemmeno un filo di mal di testa venga a ficcarsi nelle intercapedini buie fra un momento e l’altro, fra i miei passi appena doloranti verso il bollitore, fra gli sguardi nervosi che finiscono sparpagliati sul pavimento assieme a ogni genere di cose – è già ora di mettere a posto camera mia. E’ un macello. Di nuovo.
Avrei dormito di più, ma ho immaginato di sentir bussare. Due colpi, lievi, contro la porta. Mi sveglio. Ho la vaga consapevolezza che è improbabile che qualcuno stia realmente bussando (chi mai mi cercherebbe in collegio alle dieci e mezza del mattino, quando la festa è durata fino alle tre?), perciò non so perché raccatto qualcosa, mi copro e vado ad aprire. Devo averci messo secoli; in ogni caso naturalmente il corridoio è deserto.
Metto l’acqua per il tè.
E’ stato un risveglio morbido, nonostante tutto: dolce. Confusamente risoluto.
Ho la bocca secca, e forse è il contrasto a riportarmi prepotentemente alla memoria quel che stavo sognando.
Ho sognato che ci baciavamo, ancora. E ancora e ancora e ancora, perché una volta cominciato era difficile smettere. Lui era in realtà una presenza piuttosto sfocata, e forse la consapevolezza della sua identità, che non so di preciso da dove mi venisse, era tutto sommato accessoria. Forse non era che l’incarnazione comunque inconsistente di un desiderio generico; o forse la parte di me che intesse i sogni ritiene appropriato sfumare un po’ i contorni: per la privacy. Comunque. I baci erano nitidi e veri e morbidi, ripetuti col ritmo di un canto, e io stavo pensando finalmente. Con una logica devastantemente fantasiosa, di quella che davvero non può reggere altro che un sogno sul far del mattino, pensavamo che volevamo mangiare della frutta; e quindi andavamo a mensa. Mi domandavo fugacemente se rinunciando a primo e secondo avrei potuto prendere tripla frutta; dicevo “vieni” e andavamo a fare la fila per mano.
Ho un vago ricordo di alberi ed elegantissime architetture intrecciate all’anima del bosco. Ho il dubbio perciò che la mensa fosse in realtà a Caras Galadhon, il che in effetti farebbe presagire una qualità della frutta nettamente superiore a quella che c’è da aspettarsi in Via Consoli del Mare. Ma non saprò mai se valeva la pena di rinunciare a primo e secondo per tripla frutta, perché a quel punto un fantasma ha bussato alla mia porta.
Come se uno di quegli dei che soffiano i sogni più preziosi in faccia ai mortali, alla mattina, avesse deciso di farmi un regalo, e poi si fosse sentito in dovere anche di darmi una mano a riemergere verso il mondo reale.
Ma se presso al mattin del ver si sogna, seh, io sono la Fata Morgana.
Il mio infuso (che non è tè, in verità) sa di limone (“a purifying blend with Lemon, Limeflowers, Milk Thistle and Lemon Verbena”) e ne bevo sorsi lunghi, cercando di cancellare la sensazione di secchezza assieme al pensiero del sogno che mi aleggia a tratti sulle labbra.
Il silenzio è così soffice, così amico, così dolente. Di tanto in tanto mi giungono voci conosciute dalle scale, che si allontanano subito in direzione della loro giornata e probabilmente di cose da fare, appuntamenti, tesi da scrivere.
La festa mi pare durata così poco, ieri notte. Giusto il tempo di lasciar ascoltare allo stomaco qualche pezzo degli Area, trangugiare un paio di cocktail, un po’ di sangria dolciastra, più tardi del limoncello; più che altro intrecciare conversazioni, e ascoltare e parlare e un po’ sorridere, e ignorare quel senso di vuoto sottile quanto un capello, perché dopotutto cosa importa. Di tanto in tanto ero sola e camminavo, e mi guardavo attorno per un minuto o due, e allora la mente si faceva affollata di parole stranamente nitide, musicali, ordinate, e immaginavo descrizioni di cui non ricordo i dettagli: qualcosa sulla levità dei passi per grazia della Vodka, sul fluttuare della coscienza e sul senso di libertà e sull’inevitabile volatilità degli istanti. Forse avrei voluto che durasse di più. Ero brilla ma non ubriaca, e il mondo era semplicemente un filo più bello, i piedi leggeri nonostante i tacchi, e avevo dentro come una nostalgia di qualcosa che dovesse ancora venire.
Avevo fatto una treccia; si è sciolta da sola, non so quando. E’ stato un pensiero estemporaneo, una specie di urgenza: ho fatto una treccia di quelle piccole, che appena noti, persa fra i capelli sciolti, con la vaga impressione che volesse significasse qualcosa. Come un singolo pensiero pensato un po’ più degli altri; come una dedica, come un saluto, come il verso sperduto di una poesia, come una promessa.
E la notte si è chiusa su di me come un bozzolo, lattiginosa e buia e gravida di sogni.
Bussano.
Mi sono alzata, ho messo l’acqua per il tè.

Dacci un taglio!

In tutti i sensi. In molti sensi, se non altro.
Mentre l’acqua calda lava via i pensieri e delle mani estranee mi massaggiano la testa, gentili ma energiche – anzi forse neanche tanto gentili, ma energiche di sicuro – mi lascio scivolare verso il luogo della mia mente in cui mia madre compie quegli stessi gesti (“mamma è fredda! Mamma è calda scotta!”), e il bagno non aveva le piastrelle celesti ma bianche, rettangolari, e avevamo ancora la vasca.
Credo che la parte migliore dell’andare dal parrucchiere sia questa sensazione di metterti fiduciosa fra le mani di qualcun altro, di abbandonarti semplicemente e lasciare che qualcuno si prenda cura di te. Come da piccoli. Mi piace quando ti fanno lo shampoo: l’acqua della temperatura perfetta, e queste mani di una persona che nemmeno vedi, intente a liberarti la testa dall’ingombro delle preoccupazioni e delle paranoie e forse – perché no – anche dei pensieri felici, e tu non puoi far altro che guardare in alto, verso i neon, lasciandoti attraversare dai discorsi sfaccendati delle signore, che rotolano e rimbalzano da una parte all’altra della stanza.
L’asciugatura e il taglio mi esaltano meno. Preferisco la vista del soffitto spoglio a quella delle poltrone e degli specchi, e delle me degli specchi soprattutto – prima, durante, dopo: mi tocca sorbirmi l’intero catalogo delle mie espressioni e leggermi i pensieri in faccia mentre passano, uno via l’altro, come se non fossi in grado di leggermeli già nella testa, grazie mille.
L’espressione più frequente è di lieve, malcelata preoccupazione.
A questa si alternano “sguardo perso”, “mamma mia ho pure le occhiaie”, “sarà meglio sorridere, ho tipo la vaga impressione che dovrei sorridere” e varianti assortite di unpo’megliocelata preoccupazione.
I pensieri che mi attraversano, che vedo scritti a caratteri cubitali nello specchio (quasi stile occhi dello shinigami, per gli amanti di Death Note), sono del tenore di:
l’altra volta erano scalati. Forse sono meglio scalati
Mi ci vuole un caffè. Vedi fare le tre per queste maratone del Signore degli Anelli?
Non mi ricordo più i nomi dei figli gemelli di Elrond
Ho un brufolo
Ecco forse dovevo portarmi gli appunti di Gaiffi a casa, anzi decisamente
Questo taglio non mi convince. E comunque tanto sono sempre uguale, che non mi è chiaro se sia precisamente quello che volevo o precisamente l’opposto
ha detto “no”. Non nego che ho provato una vaga soddisfazione, come se significasse un centesimo di qualcosa – ma un taglio, dicevo, un taglio. Non sembra neanche difficile. Un taglio netto
ginocchio, labbra, ginocchio, labbra contro il ginocchio, pollice, indice, mento, labbra, naso
non tanto difficile, ecco. Anzi
cosa vorrà dire “hutch”*, comunque?
“Vuole qualcosa dal bar?”
Sussulto, un po’ forse per il “lei” in un momento in cui mi sento così bambina (l’espressione nello specchio sta dicendo chiaro e tondo eh? Ha detto a me?, e poi ha detto cosa?), chiedo di ripetere.
No, no, grazie, e il flusso dei pensieri riprende, stavolta più sfilacciato e meno fastidiosamente verbale; finalmente giunge alla consistenza giusta per sfocare lo sguardo e liberarmi dei contorni delle cose. Scelgo gli attimi perfetti dal grappolo dei ricordi recenti, e li riassaporo piano; faccio presente a me stessa quanto siano pochi, tanto per non perdere il senso delle proporzioni, e al contempo non posso che rallegrarmi a prescindere.
Vedi, non l’hai saputo spiegare, o non hai voluto; non lo sapresti spiegare neanche adesso, forse, ma è esattamente questo che t’incanta: di tanto in tanto una manciata di secondi, come… aperti. E solo allora – ti pare – ti rendi conto del fatto che tutti gli altri secondi che passano sono chiusi: chiusi come boccioli delicatamente raccolti su se stessi, talvolta preziosi o tristi o anche esaltanti, ma sempre ritratti in un grazioso rifiuto. Non so dirlo altrimenti. Arrivano questi istanti aperti in cui nulla, nulla è più rilevante; in cui ha il sopravvento la devastante semplicità, l’inedita naturalezza dell’atto di comunicare, e una felicità senza connotazioni s’impossessa dell’anima. Il tempo sboccia. Non è nulla di che, davvero: una sensazione appena percepibile, come un protendersi, un dire e ascoltare non tanto per quel che viene detto e ascoltato ma per il puro piacere di farlo. Ne ricevo una gratificazione profonda molto vicina a quella che si ha nel nutrirsi quando si ha fame, o bere quando si ha sete, o addormentarsi quando si ha sonno. Non succede sempre, anzi ultimamente succede poco, ma la cosa davvero stupefacente è che a volte succeda.
Ecco, è tutto qui: questo. Questa… cosa. Ha poco a che fare con le qualità o con il carattere o con il modo di fare o con l’aspetto; al massimo può essere una questione di forma delle anime, e molto più probabilmente una mia allucinazione che non si capisce da dove spunti. Non è molto più che un desiderio di ringraziare per il regalo inconsapevole di manciate di attimi aperti, quando il resto del mio tempo è irrimediabilmente chiuso.

Perciò, dicevo, darci un taglio. Facile.
So che non è davvero un problema.
Mi guardo nello specchio dopo l’ultima dolorosa passata della piastra, e sono sempre io. Con i capelli lisci. Solo accorciati un po’. Sono sempre io, e la cosa ha un che di deludente.
Non so se sono soddisfatta: non ho dato vere istruzioni e quel che ne risulta è un taglio piacevole, niente di drastico: codardo. Esattamente come quello in cui forse speravo segretamente; esattamente come quello che (a quanto mi dico) sto dando a tutto il resto.
Darci un taglio?
Ammettilo, dice, rassegnata, la voce dei miei pensieri. Tanto vale chiamarla “spuntatina”.

*Significa “gabbia”. In origine l’avevo scambiato per un verbo (non si sa come). Anyway, il dubbio nasceva da:

“Who knows what you have spoken to the darkness, alone, in the bitter watches of the night, when all your life seems to shrink, the walls of your bower closing in about you, a hutch to trammel some wild thing in?”

Evidentemente Grima, in Le Due Torri. Charming.