Oleandri

C’è una sensazione che sembra pervadere le cose, e l’aria, e me; ma non ho le parole precise per dirla.
Non è una sensazione precisa.
E’ come un cocktail. Sa di tante cose diverse ben shakerate, sarebbe buona con un po’ di ghiaccio, ed è sicuramente alcolica.
Credo abbia a che fare con il modo in cui la luce del sole piove sulla pelle, così sfacciatamente estiva: così calda e impietosa, pulita; e ogni volta mi sconvolge scoprire che è davvero profondamente diversa da quella che si posa delicata sulle foglie del frassino a Cambridge, e che nelle giornate più limpide pervade l’aria e il cielo, immobile, senza davvero avvicinarsi e carezzarti la pelle, o graffiarti le spalle di un bruciore lieve, o baciarti la fronte e il naso spiattellandoti davanti tutti i segreti più azzurri del cielo.
Ha a che fare col colore degli oleandri. Ci sono l’estate, la vita, la morte dentro gli oleandri: li sento parlare con voci fucsia una lingua morente di me bambina; ancora mi dicono di pomeriggi assolati su una terrazza grande, trascorsi a saltellare secondo coreografie confuse su un gioco della campana disegnato col gesso; di vaghe raccomandazioni e affascinanti storie di veleni, di quella volta in cui credevo che sarei morta perché avevo giocato fino al tramonto con le foglie cadute, mutandole senza sforzo in canoe e poi in velieri, e i fiori d’oleandro erano rimasti a guardare due flotte affrontarsi in mezzo all’oceano fino all’ora di cena.
E’ una sensazione ondivaga, che sale e scende e va e ritorna. Un desiderio che a tratti so, e a tratti s’inabissa in luoghi di me dove non mi è concesso raggiungerlo. E’ un gioco di prestigio: luci che appaiono e scompaiono su sfondo bianco, e qualche volta un sussulto e una breve stretta allo stomaco – e allora mi costringo a ridere di me stessa, come ora, e impongo al mio sguardo di scivolare altrove (ma non mi obbedisce), e ho i pensieri spettinati in disordine; nere linee di lettere s’imprimono con dolce decisione sopra la realtà: per un attimo non c’è che una musica tipografica, silenziosa, di maiuscole e minuscole, e la danza simmetrica di due parentesi, e il mondo intorno appassisce e rinasce nuovo.
Sotto a tutto questo c’è un sapore di sogno, un sapore di granita al limone. La consapevolezza un po’ rassicurante un po’ no che dietro a ogni gioco di prestigio c’è un trucco; che non è magia, ma soltanto un desiderio d’ingannarsi più a lungo.
E’ giugno, e per la prima volta il futuro si nasconde al mio sguardo dietro la tenda di questa breve estate, ma in qualche modo va bene anche così. Non so chi sarò domani, ma so chi sono oggi; ripenso talvolta a chi sono stata ieri, e non mi pento di nulla. E’ giugno: non ho forse diritto a giocare ancora un po’ con i capricci repentini del mio nervo vago, di spargere ritagli di carta da regalo sul pavimento, di sedere nel sole e leggere e scrivere e di tanto in tanto studiare, cercando la complicità degli oleandri e del cielo? L’importante è prenderla con filosofia. Ho come l’impressione che, finché mi scappa da ridere, o al più da sogghignare della mia vita con una lieve amarezza che sa di ottimo caffè, va tutto decisamente bene.
Il concerto di Dvorak conferma dagli auricolari con una gloriosa ripresa in si minore.

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