Se solo sapessi come

Ci sono, di tanto in tanto, momenti in cui mi rendo conto di quanto complessa e dolorosa sia la distinzione forzata tra se stessi e gli altri. Momenti in cui rinuncerei a tutto quanto – a me stessa, a quei colori che talvolta l’universo condivide con i miei occhi soltanto, all’individualità della gioia e del dolore e della scoperta e della paura, all’orgoglio delle conquiste, all’esperienza dei fallimenti – rinuncerei ad ogni cosa che è realmente mia pur di disfarmi di questa membrana che mi separa irrimediabilmente dagli altri, che fa di noi esseri distinti distruggendo qualsiasi possibilità di una vera comunicazione.
E c’è un momento in cui senza esitazione mi farei oceano, mi disperderei fluttuando in ogni parte dell’essere pur di offrire davvero quell’abbraccio che non ho il modo, il coraggio di dare. Invece mi sento come una conchiglia angusta che imprigioni tutti i mari dell’universo lontano dalla vista altrui, e mi rendo conto sempre più chiaramente di quanto inadeguati siano i miei mezzi d’interazione col mondo, di quanto le parole per dire quel che vorrei siano estranee alle mie labbra. E sono lì, impacciata e silenziosa, sconvolta da quanto un’infelicità altrui possa incunearmisi dentro e agitarmi di una tempesta perfettamente invisibile. Non sopporto che l’unico modo che conosco per mostrare quello che ho dentro sia parlare a un editor di testo con i ritmi meditati della prosa, o magari ruminare parole finché non ne escono poesie, o evocare le note di una sonata di Brahms o rincorrere con questa mia voce codarda la melodia di una canzone. Forse dovrei essere imbarazzata da questo repentino desiderio di avvolgerti di un tepore morbido e dolce, di lasciarti addormentare in mezzo ai miei pensieri più soffici e confortevoli e regalarti tutti i miei sogni migliori, e darti quello che per me sarebbe il secondo tempo del Concerto di Schumann, o una tazza di earl grey caldo con tanto miele, o l’invito incantato della pagina di un buon romanzo. Ma è ingiusto – non trovi? – che questo desiderio incontenibile sia poi così facile da arginare con le barriere inutili della realtà e della forma e con queste stupide membrane che separano gli esseri l’uno dall’altro; mi fa rabbia che basti così poco a schermare questa dannata cosa che m’illumina tutta da dentro – cosa diamine me ne faccio io?
Desidererei soltanto che tutto questo fluisse verso di te, magari attraverso quel breve tocco della mia mano – ma anche quello è così inadeguato e insignificante, non te ne accorgi nemmeno, lo so. E poi mi domando che diritto ho mai di desiderare così ferocemente il bene di qualcuno di cui non conosco davvero i problemi o i sogni – diamine non so nemmeno cosa corrisponda nel tuo mondo a un earl grey con tanto miele – e mentre rimango sola e deserta e vuota e ti aspetto e qualcuno passa e ironizza sulla mia faccia da funerale e non sto davvero ascoltando, e ho lo sguardo conficcato nel fianco del vuoto, ecco penso che non ho nessun diritto, proprio nessun diritto.
Chissà se alle persone farebbe piacere sapersi semplicemente amate?
Cerco disperatamente le parole per dire quello che vorrei, frugando in tutti gli angoli e gettando all’aria il mio intero arsenale: un po’ come quando non sai cosa metterti e sei lì a rovistare fra i vestiti e li rovesci sul letto, uno per uno, e nessuno è quello giusto e sì, sei certa di averne uno adatto ma no, non questo, nemmeno quest’altro – e uno dopo l’altro si accartocciano sul letto e sul pavimento e
forse si dice semplicemente
“ti voglio bene”
non lo so.
Anche se non ne ho nessun diritto. Anche se mille e mille persone che non conosco hanno mille volte più diritto di me.
Ma non è una cosa che io possa dire, suppongo, e mi sento morire di fronte a un “mi dispiace”, e mi rendo conto confusamente che la tua infelicità mi è molto più insopportabile di quanto non potessi prevedere, e vorrei tanto che mi chiedessi qualcosa, che mi aiutassi a darti un qualche conforto, visto che da sola sono così incapace. Non riesco a liberarmi di questa voglia di farti una carezza e starti vicina e farti sorridere, se solo sapessi come, e questo pensiero si frappone fra di noi e mi fa silenziosa e ancora più inutile.
Temo di non saper dimostrare neanche un infinitesimo frammento di tutto questo, e insomma mi sembra una gran quantità di affetto semplicemente sprecato: non so far altro che aprire le mani e abbandonarlo al vento fresco che soffia sul mare, e sperare che arrivi per altre vie, e ti sorprenda nell’aria che si leva sul Ponte di Mezzo o ti venga dai raggi del sole fuori dal dipartimento, perché evidentemente io non sono una messaggera all’altezza di me stessa.

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One thought on “Se solo sapessi come

  1. il solito hidden says:

    Non è assolutamente vero che non è una cosa che puoi dire. Le parole giuste potrebbero persino essere anche solo un gesto, in realtà. Per quanto sia il consiglio più assurdo e più improbabile da mettere in pratica che possa dare: dimenticati, solo per un secondo, di non poterti esprimere.

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