Stansted

Stansted finirà per diventare il luogo dal quale posto di più: temo abbia già superato sia la mia stanza di Cambridge che quella di Pisa, e si avvia a far concorrenza all’aula computer del Faedo.
Oggi c’era il sole, ma l’incantesimo estivo della scorsa settimana si è spezzato: niente più incredibile caldo fuori stagione, niente più matricole intente in rumorosi pic nic in cortile, o bambini che leccano ghiaccioli in Jesus Green, o ragazzi e ragazze praticamente in tenuta da spiaggia che rabbrividiscono nell’aria condizionata del Lion Yard. Non so perché, ma in qualche modo svegliarmi l’altroieri sotto un cielo d’un grigio accigliato e autunnale, saggiare l’aria sporgendo un braccio dalla finestra e scoprirla fredda, mi ha dato un vago sollievo.
E’ come se questi dieci giorni fossero una bolla di nullafacenza e solitudine e sole e sensi di colpa e mancanze e chocolate chip cookies, separati dal flusso del tempo: a parte i troppi biscotti e la quantità imbarazzante di puntate di How I met your mother, ho grosse difficoltà a ricostruire che cosa contengano. Li lascio andare senza rimpianti all’abbraccio di un oblio frettoloso, facendomi strada dentro le morbide cavità di un tipo di tempo ancora diverso, nella speranza che mi prepari al tuffo nel torrente dei minuti e delle ore e dei giorni e dei mesi che mi attendono: eccomi qua, nel tempo immobile, dilatato degli aeroporti.
“A chocolate cream frappuccino, please.”
“With cream on top?”
Annuisco senza ritegno, e porgo una banconota da 10 sterline, sorpresa di non sentire alcuna voce interiore che mi rimproveri per le £3.20 bruciate in cambio un po’ di zuccheri, una dose trascurabile di caffeina e una poltrona di Starbucks.
Ma siamo in aeroporto: un non-luogo, in cui la coscienza s’acquieta e il corpo si fa lieve e trasparente, consumato dalle attese; i pensieri, lasciati nell’incuria di una stanchezza distratta, sbocciano selvatici e mettono le ali e possono portarti lontano. Quando il mio sguardo torna a fuoco impiego qualche secondo a riconoscere le rose di carta crespa fucsia nella vetrina di un negozio di borse, e a rendermi conto che sono in un aeroporto inglese, non certo nell’atrio della stazione di Pisa – e per un’altra manciata di secondi mi chiedo che ci facessi alla stazione, come se mi stessi svegliando da un sogno.
E’ la magia. Una volta scrivevo un romanzo di età a metà, luoghi a metà, cose a metà, di fate e di magia. Le stazioni, gli aeroporti sono i luoghi che più sento affini a templi, a boschi sacri: luoghi a metà in cui è più labile il confine fra il mondo della carne e quello dello spirito; sono i luoghi in cui andrei se volessi incontrare fate, angeli, fantasmi, e per un istante davvero riesco a immaginare figure enigmatiche e remote mescolarsi alla ricca tavolozza di umanità che affolla l’aeroporto di Stansted. Qui, un elusivo candore di ali fra i tavoli di Starbucks, e là una risata di folletto dietro le rose di carta crespa fucsia, e un volto ombroso di stregone in quel punto appartato tra gli scaffali carichi di libri di WHSmith.
Mi domando se le preghiere che la gente sussurra in un aeroporto volino più in alto; mi domando se un orecchio d’angelo o un naso di folletto o un cuore di strega stiano prestando ascolto alle fantasticherie che quest’attesa quieta fila con il sapore dolce e molle e granuloso del frappuccino davanti al mio sguardo nuovamente perduto. E no, per una volta non mi sento ridicola. Perché in aeroporto non esistono futuri impossibili né sogni proibiti, perché il tempo si annoia e ama sedersi con te e giocare giochi complessi di cui solo le tue parti mute conoscono le regole, in cui le carte non sono altro che i tuoi sfaccendati pensieri, e ogni magia è lecita.
Un bel mazzo, dice il tempo, non c’è che dire.
Cccch, fa il frappuccino, e mi rendo conto che non ne rimane che un dito, più un po’ di panna quasi sciolta.
Ma tu sai che la vera partita si gioca fuori di qui, dove ho io il vantaggio, e la realtà è densa e pesante.
Cch cch, fa il frappuccino.
Pensaci, dice il tempo. Se non succede adesso, non succederà. Se vuoi vincere là fuori non puoi giocare in difesa. Questa è una partita amichevole in territorio neutrale, ma quando uscirai di qui sarà tutta un’altra storia: saremo nemici. Pensaci.
Ci penso.
Due settimane, dice il tempo, sette di spade.
Ma non so le regole, dico io, e tolgo la cupola di plastica che copre il bicchiere.
Inventale, dice il tempo.
Il fondo del frappuccino è freddo e acquoso. Penso la mia preghiera un’ultima volta e la metto via. E’ un po’ come succhiare una caramella e poi riavvolgerla nella carta e rimetterla in tasca per ritirarla fuori in un altro momento; qualcuno ti potrebbe guardare schifato. So che non dovrei farlo. Ma.
Il gate, dice il tempo, vai. Gate 43. 4 di bastoni, 3 di denari.
Il frappuccino non dice niente, perché è proprio finito.
Grazie, dico io, bella partita.
Lo stregone alza gli occhi da un libro.
E’ una mano bella, mi piace, dice il tempo. Scoprila. E se andrà tutto storto, raddrizzerò le cose. Se credi in me, io crederò in te. Raccogli tutta la polvere di fata che puoi portare e vattene. Arrivederci.
Mi alzo e tengo con me il bicchiere di plastica visitato brevemente da un chocolate cream frappuccino (più altra cream).
Mi domando quanta polvere di fata si possa portare oltre i controlli della Ryanair.

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3 thoughts on “Stansted

  1. Ani-sama says:

    Bello. *_* Viene proprio da immaginarsi un luogo in cui un uomo può spiccare il volo, con il corpo e con lo spirito. :)

  2. Un realismo magico che lascia con un punto interrogativo… proprio come i racconti che amo. La potenzialità della narrativa breve consiste, secondo me, proprio nel saper dilatare il testo con la sensazione di sospensione che suscita, o -meglio ancora- nel gettarlo come un ponte fra la parola e l’ignoto. Complimenti ad Alessandra, che nella quotidianità di un aeroporto ha saputo ritrovare spiritualità ed un’antica magia.

  3. phitilde says:

    Ciao Erica! Penso proprio che abbiamo gusti simili in fatto di racconti :)
    Vi ringrazio entrambi per i commenti e i “like”! Sono lusingata!

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