Vivo o morto

Dicono che siamo qui di passaggio.
E’ come una specie di scherzo, ma di quelli che non capisci bene e sorridi lo stesso – ahah, sì, certo, ahah – solo per non offendere nessuno. Cos’è se non una specie di scherzo, la vita.
“L’uccellino è vivo o morto?”
Ci giocavamo da piccoli, e avevo imparato a intrecciare le dita in modo da non lasciare il buco, e da tenere il medio racchiuso dentro le mani, nascosto.
Non capivo bene il senso del gioco.
Perché decidere della vita dell’uccellino? E che senso aveva rispondere a posteriori, con la possibilità di scegliere se assecondare il tentativo di chi indovinava, o farlo perdere sempre?
“L’uccellino è vivo o morto?”
Tentavo di andare a caso, di prescindere dalla risposta dell’interlocutore. Come se fosse più giusto. Come se esistesse giusto o sbagliato.
Non mi piaceva. L’unica cosa di cui andavo fiera era il mio modo d’intrecciare le dita, senza lasciare buchi. Ed era molto meglio la variante “l’uccellino-c’è-o-non-c’è”, comunque.

Dicono che siamo qui di passaggio, come se stessimo andando da qualche parte; dicono che la morte è parte della vita.
Il dolore degli altri è bianco e lontano. Ti senti in dovere d’immaginarlo, ma per quanto ti sforzi, come puoi? E a cosa serve inondare chi resta di costernati “non ho parole”? Chi ne ha? Se qualcuno ha parole, le parli.
Le parole sono dei vivi. In certi frangenti le parole impazziscono, tipo la maionese. E non ci fai più niente.

Da piccola parlavo con Dio. Spesso, ma soprattutto prima di dormire.
Da piccola avevo detto a Dio: “Sai, quando verrò in paradiso, vorrei che mi facessi tornare di dieci anni, come adesso. Puoi, no? Se non ti dispiace. Mi piacerebbe molto. Me lo prometti?”
Era stata una decisione ponderata, perché mi era venuto il dubbio che un giorno avrei potuto volerla rinnegare. Mi ero chiesta se esistesse una qualche felicità diversa da quella che conoscevo, che avrei acquistato da grande; mi ero risposta, candidamente e senza apprensione, di no. Avevo il netto sentore di aver raggiunto il culmine della felicità, di essere esattamente ciò che volevo; l’eternità avrei voluto trascorrerla così. Magari da grande penserò che è una cosa stupida, mi ero detta. Ma non credo sia una cosa stupida. Lo dico a Dio, e lui di sicuro si ricorderà.
Ancora oggi non riesco a pensare che fosse una cosa stupida. Di tutte le me, credo che la me di dieci anni sia forse l’unica che potrebbe ricordarsi la strada per il paradiso.

E’ primavera. Sento la primavera nel sangue molto più di quanto non mi accadesse da bambina.
Ricordo che alle elementari ci facevano leggere poesie sul risveglio della natura, e sì, mi pareva di capirne la rilevanza – certo, il verde all’improvviso, i fiori, il cielo – ma rimaneva una specie di perplessità di fondo: davvero una mattina ti svegli e senti che è primavera? Davvero è una stagione così speciale e diversa dalle altre? Non è più misterioso, più affascinante l’autunno? Più impetuosa e dissetante l’estate? Mi chiedevo se la primavera valesse poi tutta quest’enfasi poetica; e come fosse mai possibile che da sola riuscisse a far rincoglionire tutti gli animali di Bambi in un colpo.
Dev’essere una cosa ormonale. In questa vita di donna sento la primavera come mai mi accadeva da bambina: improvvisa e travolgente, limpida. La vita stessa si fa tangibile, pervasiva e intensa e torrenziale, e ogni anfratto dell’essere vibra di richiami: ogni cosa è partecipe dello stesso segreto, e lo grida senza ritegno nell’aria appesantita di pollini. E’ il tempo della terra, dell’abbandono, dei riti misterici, delle danze; è un tempo in cui essere madre, in cui essere figlia. Un tempo di feroci inganni, di desideri, abbracci, intrecci, illuminazioni, istinti, risvegli.
Non è il momento per morire.
Così, poi, senza motivo.

Si vive. Si muore.

E ha un che di sconvolgente leggere su facebook, fra il gatto col singhiozzo e le pagine sdolcinate da adolescenti, il link

E’ venuto a mancare – non ce l’ha fatta – un incidente in moto – la moglie, quattro bambini –

Non era gente con cui avessi grandi rapporti. Parenti visitati di rado, oramai forse nemmeno ogni anno.

Ma i bambini li ricordo, anche se li avrò visti due volte, una che si attaccava alla gonna della madre (mia cugina) si nascondeva alle facce estranee, “abbiamo delle difficoltà a farla dormire”; una casa rumorosa cosparsa di giochi e di strilli e “state buoni” e “non in testa a tuo fratello”, e mia cugina così giovane, così piena di figli, “alla tua età ne aveva già due… renditi conto”. Tentavo di rendermi conto, non riuscivo a decidere di cosa. Pensavo all’avere dei figli, pensavo che a me sarebbe successo un giorno lontano, e di sicuro non così tanti, non così vicini. E forse era primavera.
Mi domando per quante primavere d’ora innanzi il dolore busserà alla porta di quella casa, e mi domando che cosa sia per dei bambini non avere più un padre. Così, all’improvviso, perché ha detto che va a fare un giro in moto e poi tutti a prendere un gelato.
Ma poi niente gelato. Così. In aprile.

E i “mi piace” come condoglianze sotto al link mi mettono all’improvviso una sensazione di freddo e di nausea, e intorno rumoreggia la vita e ballano le cazzate ed è primavera, e le parole muoiono tutte e rimane solo questa vertigine – dicono che siamo qui di passaggio –

“L’uccellino è vivo o morto?”

E sento freddo, ma è il freddo di uno scudo che sale automatico a ripararmi dal dolore, dalla morte: so che non potrò mai davvero condividerne neanche un frammento, perché c’è questo scudo di ghiaccio e il massimo che posso sentire è freddo, e confusione.

Chissà se un giorno uno impara a intrecciare le dita in modo da nascondere il vuoto, o il vuoto rimane per sempre, chissà se parlare con Dio serve a qualcosa, se tutte quelle preghiere hanno un significato –

Ma Dio capisce la nostra lingua? Ma le parole, le parole si possono portare nell’aldilà? Ma il paradiso, le anime…? Ma davvero è come un viaggio, morire? E di noi rimane qualcosa, anche solo una scia nello spazio-tempo, e lo spazio-tempo esiste, e cosa significa esistere, e che lingua parla, che diamine di lingua parla Dio? E vorrei poter fare qualcosa, vorrei poter credere, vorrei poter soffiare un sospiro nel mondo degli spiriti e aiutare a sospingere l’anima verso quel mondo migliore in cui la mente credeva; ma io non sono altro che un’umana piena di parole inutili, preda delle sue primavere, che parlava con Dio da piccola, e che morirà, un giorno morirà, e che per di più davvero non ce la fa a mettere “mi piace” su facebook, sotto un link che annuncia la morte di un uomo.

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