In un altro universo

Forse, in un altro universo.
Apri le mani e lascia che il mondo scivoli via: non ha senso aggrapparsi. Le cose vengono e vanno. Vanno, nella maggior parte dei casi.
Respira.
Respiro piano, e di tanto in tanto soffoco. Incidenti di percorso. Quel muscolo all’angolo dell’occhio continua a pulsare, e non so perché; ho gli occhi che vorrebbero piangere qualcosa che forse loro vedono ma io no, e il dolore è avvolto in una carta di caramella.
Apriti, sciogliti, dispiegati. E lasciati cadere. Così.
E’ facile: aspetta la prossima felicità, il prossimo sorriso; non importa da dove venga, da chi, ma verrà. Le cose vanno, ma anche vengono. Lo sai.
Smettila di amare così furiosamente tutto ciò che hai, a che pro?
Ricordi? Ricordi il primo anno di ginnasio, e quel momento in cui hai aperto le braccia, sulle scale, e testimoni avevi le statue ruvide di divinità greche, nel giardino di Palazzo Pfanner, e un’amica – un’amica? – e avevi detto: “sono felice”. Ti avevano guardato con incredula condiscendenza – le statue di divinità greche, e lei – o forse con un filo di quell’invidia con cui gli immortali invidiano la felicità delle creature terrestri.
O phthonos ton theon, ricordi?
Sapevi che tutto si sarebbe rotto, per questo l’hai detto: “sono felice”. Per lasciare un segnalibro nel tempo.
Non l’hai più detto ad alta voce, forse. Non per anni. Non mentre guardavi quella distesa di fiori rosa oltre le vetrate, quel capannello di persone di cui un giorno avresti saputo i nomi raccogliersi attorno a una manciata di problemi nella brezza di Cesenatico. Non mentre affondavi la paletta nel tuo primo yoghurt di Coppelia – chissà cosa ci avevi messo sopra, non ricordo più – e decidevi di innamorarti delle persone, delle cose, del mondo, della matematica.
Più tardi sì. “Ti amo” dicevi, e quando quella sensazione diventava troppo grande per essere confinata dentro il corpo, troppo grande perfino per i pensieri, dicevi anche: “sono felice”.
Sapevi anche allora che tutto si sarebbe rotto, ma non aveva importanza.
E poi mentre aiutavi a trascinare tavoli nel cortile del Faedo, e il cielo era turchese e forse si studiava corso interno, o qualcos’altro; mentre camminavi per le strade di Lucca, seguita da un gruppo di amici e dalle loro risate, e l’ennesima battuta devastantemente nerd suscitava uno spontaneo, tacito moto d’orgoglio (ecco, pensavi, sono la persona più fortunata del mondo; non c’è nessun altro con cui vorrei essere in questo momento); mentre sbrogliavi pagine di fisica, gli appunti sparsi su un tavolo tondo, o mentre bevevi una camomilla in una stanza di collegio troppo affollata, o mentre un abbraccio scacciava le ultime ombre di un’estensione di Galois. Non l’hai detto, “sono felice”. Forse per non attirare sguardi increduli e condiscendenti, forse per tentare di nasconderlo agli dei ancora per un po’.
Le cose vengono e vanno. Il vento gira.
Apri le mani. Lascia che sia il mondo a venire da te, se mai vorrà farlo.
Sì, l’azzurro è sporco e offuscato, ed è come se qualcosa non andasse – ho fatto qualcosa? Ho detto qualcosa? – ma non ha importanza. Voltati dall’altra parte e respira. Lascia andare. Una fitta lieve, prova che hai giocato col fuoco un filo troppo a lungo, che se anche guardi altrove una linea, un movimento di labbra sono rimasti impigliati nella materia dei sogni, o forse nel muscolo all’angolo dell’occhio sinistro, e ci metteranno un po’ a scomparire.
I problemi che non esistono sono i più difficili da risolvere.
Sssh, ti dici, ssssh. Forse, in un altro universo. Non qui, non ora.
Cercherò di esistere in silenzio. Cercherò di lasciare andare. Troverò conforto nelle parole, se proprio, o nelle storie, senza disturbare le realtà altrui. Cercherò i sogni che ho perso. E ancora una volta pagherò col sangue il privilegio di addormentarmi in seno alla Grande Madre, di affidare a lei i miei problemi inesistenti, il mio dolore, il mio amore d’avanzo.
E sotto sotto, lo so, pregherò di svegliarmi in un altro universo.

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