Stansted

Stansted finirà per diventare il luogo dal quale posto di più: temo abbia già superato sia la mia stanza di Cambridge che quella di Pisa, e si avvia a far concorrenza all’aula computer del Faedo.
Oggi c’era il sole, ma l’incantesimo estivo della scorsa settimana si è spezzato: niente più incredibile caldo fuori stagione, niente più matricole intente in rumorosi pic nic in cortile, o bambini che leccano ghiaccioli in Jesus Green, o ragazzi e ragazze praticamente in tenuta da spiaggia che rabbrividiscono nell’aria condizionata del Lion Yard. Non so perché, ma in qualche modo svegliarmi l’altroieri sotto un cielo d’un grigio accigliato e autunnale, saggiare l’aria sporgendo un braccio dalla finestra e scoprirla fredda, mi ha dato un vago sollievo.
E’ come se questi dieci giorni fossero una bolla di nullafacenza e solitudine e sole e sensi di colpa e mancanze e chocolate chip cookies, separati dal flusso del tempo: a parte i troppi biscotti e la quantità imbarazzante di puntate di How I met your mother, ho grosse difficoltà a ricostruire che cosa contengano. Li lascio andare senza rimpianti all’abbraccio di un oblio frettoloso, facendomi strada dentro le morbide cavità di un tipo di tempo ancora diverso, nella speranza che mi prepari al tuffo nel torrente dei minuti e delle ore e dei giorni e dei mesi che mi attendono: eccomi qua, nel tempo immobile, dilatato degli aeroporti.
“A chocolate cream frappuccino, please.”
“With cream on top?”
Annuisco senza ritegno, e porgo una banconota da 10 sterline, sorpresa di non sentire alcuna voce interiore che mi rimproveri per le £3.20 bruciate in cambio un po’ di zuccheri, una dose trascurabile di caffeina e una poltrona di Starbucks.
Ma siamo in aeroporto: un non-luogo, in cui la coscienza s’acquieta e il corpo si fa lieve e trasparente, consumato dalle attese; i pensieri, lasciati nell’incuria di una stanchezza distratta, sbocciano selvatici e mettono le ali e possono portarti lontano. Quando il mio sguardo torna a fuoco impiego qualche secondo a riconoscere le rose di carta crespa fucsia nella vetrina di un negozio di borse, e a rendermi conto che sono in un aeroporto inglese, non certo nell’atrio della stazione di Pisa – e per un’altra manciata di secondi mi chiedo che ci facessi alla stazione, come se mi stessi svegliando da un sogno.
E’ la magia. Una volta scrivevo un romanzo di età a metà, luoghi a metà, cose a metà, di fate e di magia. Le stazioni, gli aeroporti sono i luoghi che più sento affini a templi, a boschi sacri: luoghi a metà in cui è più labile il confine fra il mondo della carne e quello dello spirito; sono i luoghi in cui andrei se volessi incontrare fate, angeli, fantasmi, e per un istante davvero riesco a immaginare figure enigmatiche e remote mescolarsi alla ricca tavolozza di umanità che affolla l’aeroporto di Stansted. Qui, un elusivo candore di ali fra i tavoli di Starbucks, e là una risata di folletto dietro le rose di carta crespa fucsia, e un volto ombroso di stregone in quel punto appartato tra gli scaffali carichi di libri di WHSmith.
Mi domando se le preghiere che la gente sussurra in un aeroporto volino più in alto; mi domando se un orecchio d’angelo o un naso di folletto o un cuore di strega stiano prestando ascolto alle fantasticherie che quest’attesa quieta fila con il sapore dolce e molle e granuloso del frappuccino davanti al mio sguardo nuovamente perduto. E no, per una volta non mi sento ridicola. Perché in aeroporto non esistono futuri impossibili né sogni proibiti, perché il tempo si annoia e ama sedersi con te e giocare giochi complessi di cui solo le tue parti mute conoscono le regole, in cui le carte non sono altro che i tuoi sfaccendati pensieri, e ogni magia è lecita.
Un bel mazzo, dice il tempo, non c’è che dire.
Cccch, fa il frappuccino, e mi rendo conto che non ne rimane che un dito, più un po’ di panna quasi sciolta.
Ma tu sai che la vera partita si gioca fuori di qui, dove ho io il vantaggio, e la realtà è densa e pesante.
Cch cch, fa il frappuccino.
Pensaci, dice il tempo. Se non succede adesso, non succederà. Se vuoi vincere là fuori non puoi giocare in difesa. Questa è una partita amichevole in territorio neutrale, ma quando uscirai di qui sarà tutta un’altra storia: saremo nemici. Pensaci.
Ci penso.
Due settimane, dice il tempo, sette di spade.
Ma non so le regole, dico io, e tolgo la cupola di plastica che copre il bicchiere.
Inventale, dice il tempo.
Il fondo del frappuccino è freddo e acquoso. Penso la mia preghiera un’ultima volta e la metto via. E’ un po’ come succhiare una caramella e poi riavvolgerla nella carta e rimetterla in tasca per ritirarla fuori in un altro momento; qualcuno ti potrebbe guardare schifato. So che non dovrei farlo. Ma.
Il gate, dice il tempo, vai. Gate 43. 4 di bastoni, 3 di denari.
Il frappuccino non dice niente, perché è proprio finito.
Grazie, dico io, bella partita.
Lo stregone alza gli occhi da un libro.
E’ una mano bella, mi piace, dice il tempo. Scoprila. E se andrà tutto storto, raddrizzerò le cose. Se credi in me, io crederò in te. Raccogli tutta la polvere di fata che puoi portare e vattene. Arrivederci.
Mi alzo e tengo con me il bicchiere di plastica visitato brevemente da un chocolate cream frappuccino (più altra cream).
Mi domando quanta polvere di fata si possa portare oltre i controlli della Ryanair.

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Fior di loto, e non-ti-scordar-di-me

‘O Tiger-lily,’ said Alice, addressing herself to one that was waving gracefully about in the wind, ‘I WISH you could talk!’
‘We CAN talk,’ said the Tiger-lily: ‘when there’s anybody worth talking to.’
Alice was so astonished that she could not speak for a minute: it quite seemed to take her breath away. At length, as the Tiger-lily only went on waving about, she spoke again, in a timid voice—almost in a whisper. ‘And can ALL the flowers talk?’
‘As well as YOU can,’ said the Tiger-lily. ‘And a great deal louder.’

Gate to Clare's gardens

L’aria di Cambridge, in queste sere di aprile, è assurdamente densa, greve di profumi intrecciati che diventano una compagnia quasi tangibile al mio fianco, mentre cammino sola verso il crepuscolo, incerta su quale lingua debba prevalere dentro i pensieri.
I narcisi sono morti, quasi tutti. Ha un che di impudico, di profano, di crudele, di ferocemente vivo e naturale, il fatto che ai lati del sentiero del Clare’s si alternino gli steli rigidi, le corolle accartocciate e pallide dei narcisi così prepotentemente gialle agli inizi di marzo, e le esplosioni novelle di enormi papaveri rossi e tulipani bianchi, circondati da costellazioni di campanule azzurre. Non è necessario il minimo sforzo per immaginare fiori così giganteschi, così tronfi nella loro individualità, prendere vita e parlare.
Le loro voci sono dolciastre e impastate, mollemente lusinghiere e inebrianti sul far della sera.
Gioco a lasciarmene confondere, a perdere il respiro fra i giacinti, a rincorrerlo fra i crochi, mentre il riflesso aranciato del sole si eclissa dalle ultime finestre, e i miei passi contano uno ad uno gli spiriti che si risvegliano quieti nell’aria ancora tiepida.
Talvolta occhieggiano fra l’erba silenti e timidi gruppi celesti di non-ti-scordar-di-me.
Sono quelli che preferisco. Non parlano, ma ascoltano le melodie senza senso che mi affiorano alle labbra. Non giudicano, ma ricordano. E l’infantile contrasto di quel tocco di giallo attorno al quale si raccolgono minuti petali turchini è un po’ come quello del miele dolce e vellutato sopra un formaggio delicatissimo e filante – per un attimo mi lascio sprofondare e il sapore mi circonda e quasi sovrasta le voci dei fiori.
Non-ti-scordar-di-me, che sciocchezza.
Non è questo che dovrei cercare, vero?
Indugio, radicata nell’acciottolato di un piccolo ponte, lasciando che l’odore limpido e trasparente dell’acqua del Cam ripulisca le narici dal richiamo dolciastro della samsara, che i pensieri si ricompongano in un istante di lucidità.
Il fiore del loto, non i non-ti-scordar-di-me.
I giardini dei college invitano e respingono, prigionieri di cancelli fiabeschi; due gazze ladre si occupano ciascuna dei propri affari: i bambini inglesi cantano una filastrocca, che dal numero di gazze in cortile trae vaghi oracoli.

One for sorrow
Two for joy
Three for a girl
Four for a boy
Five for silver
Six for gold
Seven for a secret, never to be told
Eight for a wish
Nine for a kiss
Ten for a bird you must not miss.

Dovrei cercare di rimettere insieme una routine infranta, eppure è più difficile di quanto sembri. Di giorno rincorro le morbide linee di un sogno con la punta pastosa di una matita 4B; ed esco la sera, per ascoltare le conversazioni dei fiori e infrangermi in incantesimi di ferro battuto, per danzare filastrocche e affidare le note flebili di una preghiera bambina ai non-ti-scordar-di-me.

Frammento

Non regalarmi la luna
ma il sole.
Oppure soltanto
due parole
o tre, o se non vuoi
nessuna.

~

Un saluto. In fondo sono solo dieci giorni. Non sono riuscita a vedere nessuno stasera, e mi sento come se avessi lasciato qualcosa in sospeso.
Una valigia non fatta, potrei quasi passare tutta la notte sveglia prima ancora di cominciare. Una penna da restituire.
Confido che in questi giorni scriverò più lemmi di tesi che versi, ma non mancherò di farmi sentire; forse delirerò di meno, forse delirerò di più. Non so prevederlo. Cercherò di concentrarmi. Se proprio, avrò sempre le matite acquarellabili a tenermi compagnia.
Ecco, volevo solo salutare, specialmente se non l’ho fatto come si deve dal vivo. Sognate il vostro sogno preferito.
Buonanotte.

Essere, sembrare, baciare. Lettera, testamento.

Ti accorgi che stai sognando quando ad un tratto la vicinanza degenera in una specie di abbraccio e tutto si fa più confuso, e sai che vi state per baciare – forse, probabilmente, ecco
ma aspetta, è un sogno. Certo. Ora ha tutto più senso. Per forza era un sogno, volevo vedere.
Un attimo di disappunto, e comunque anche nel sogno riusciva a esserci un che di maldestro, e poi ti pare che una situazione del genere scaturisca da un appassionato “oh, è vero, la Combinatoria è bellissima!”??
La Combinatoria è bellissima. La frase per rimorchiare del nuovo millennio.
Certo che a ripensarci ha tutto un che di ancora più ridicolo; davvero va bene l’inconscio, vanno bene gli estrogeni, va bene tutto, ma siamo seri: la Combinatoria è bellissima? Cioè, capisco il bisogno di sentire apprezzati i propri discorsi di grafi e flag algebras, ma oddio, la mia mente poteva anche inventarsi qualcosa di meglio. Cioè, neanche Nash che blatera di stelle e Teoria di Ramsey in A Beautiful Mind, cazzo.
“I sogni proibiti di una Matematica”. Prossimamente su questi schermi.
Evabeh. Credo che a farsi un giro fra i miei sogni recenti ci sarebbe davvero da scompisciarsi: fra gare di matematica in Africa in stile match-d’improvvisazione-teatrale, platee di ragazzini a cui devo far lezioni deliranti su frattali e geometrie non euclidee, momenti di bruciante passione nel condividere risultati sui grafi, stanze d’albergo stregate alle summer school da computazionali… e sospetto che questa roba sia solo la punta dell’iceberg, chissà cos’altro riesco a sognare e poi pietosamente dimentico.
In tutto ciò, come potrei mai offendermi nel sentirmi dare della matematica-piuttosto-che-donna?
Non sono mai stata brava a sembrare donna. E’ un’arte sottile di cui a periodi ho percepito il fascino (ricordo le mie compagne di liceo alla gita di quinta che si divertivano a mettermi un velo di fard, a prestarmi il rossetto; ricordo di essere rimasta colpita quasi piacevolmente dalla scoperta di quante e quali metamorfosi esteriori possano avvenire in una stanza di ragazze munite di piastre, asciugacapelli, matite per gli occhi, ombretti, kajal, e chi più ne ha più ne metta). Ma è un’attività che richiede sforzo, ed è rischiosa: perché quando ammetti l’importanza dell’esteriorità e delle impressioni (che peraltro c’è, che tu lo voglia ammettere o meno) rischi di sentirti inadeguata e incapace; e anch’io ho avuto i miei momenti da tredicenne (beh anche sedicenne e diciassettenne, temo) in cui scrutavo il profilo nello specchio (anzi, qualche volta avevo provato con due specchi, perché è davvero difficile guardarsi di profilo) e odiavo il mio naso e il fatto che la mia guancia fosse così grossa e pallida e le sopracciglia così folte e poi quella specie di espressione da funerale e i denti davanti che non si capiva perché non potessero essere piccoli e dritti e candidi come quelli delle attrici.
Essere una matematica-più-che-una-donna è estremamente più facile. Rilassante, quasi. Quando l’ansia e le domande e il fastidio nei confronti dell’immagine esteriore di te si fanno sentire, semplicemente li ricacci indietro, e ti dici che non è importante. Funziona, ma è un’alchimia sottile: adatti il tuo modo di porti, di pensare, di essere, a un modello per il quale davvero l’immagine è irrilevante; perdi delle cose, ne guadagni altre. Il fatto di non essere particolarmente considerata nella propria femminilità dalla gente intorno è una conseguenza prevedibile, di certo non offensiva, e a tratti persino non sgradita.
E però.
E però certo, ovvio che ti si ritorce contro. Ovvio che a volte il dentro e il fuori tendono a combaciare, ma a volte proprio no.
Non sono certo abbastanza ottusa da scambiare consigli per insulti, o peggio ancora rifiutarne la validità in virtù di qualche ideale ipocrita.
Non sono neanche abbastanza capace o sicura o disperata da seguirli, forse. Il punto è: ne vale la pena?
Oscillo incessantemente fra il desiderio di autodistruggermi e diventare quello che forse immagino qualcuno (chi, peraltro?) si aspetti da me: una matematica, e nient’altro – se possibile, un robot. Un computer. Qualcosa che scriva una tesi e passi dei concorsi di dottorato –  fra questo desiderio e quello di essere me, che temo significhi inondare di parole un blog, provare speranza e desolazione e amore e tristezza e solitudine, farsi domande e non sapersi rispondere, gioire nel risolvere problemi di matematica ma annoiarsi nel leggere un articolo sulle flag algebras, cercare l’universo perfetto per la propria anima e magari un giorno andare a viverci.
E ancora il punto è: ne vale la pena?
Mentre cammino sotto la pioggia, lentamente, e accolgo le sue ditate fredde sui capelli e sulla giacca, mi sembra tutto così dannatamente impossibile, e mi chiedo perché mai io abbia sentito il bisogno di stringermi a questo desiderio così forte da trascinarlo con me nei sogni, nei pensieri, fin dentro la realtà, quando forse invece avrei dovuto stroncarlo sul nascere.
Più che mai riesco a sentire la distanza siderale che mi separa dal mondo, e mentre rispondo a un saluto spaventosamente lontano, che non so nemmeno dire se sia rivolto a me, mi sento vagamente ridicola, decisamente incompresa, irrimediabilmente incapace.
Fantastico.
Mi aspetta un maledetto weekend lungo due settimane. E piove.

Vivo o morto

Dicono che siamo qui di passaggio.
E’ come una specie di scherzo, ma di quelli che non capisci bene e sorridi lo stesso – ahah, sì, certo, ahah – solo per non offendere nessuno. Cos’è se non una specie di scherzo, la vita.
“L’uccellino è vivo o morto?”
Ci giocavamo da piccoli, e avevo imparato a intrecciare le dita in modo da non lasciare il buco, e da tenere il medio racchiuso dentro le mani, nascosto.
Non capivo bene il senso del gioco.
Perché decidere della vita dell’uccellino? E che senso aveva rispondere a posteriori, con la possibilità di scegliere se assecondare il tentativo di chi indovinava, o farlo perdere sempre?
“L’uccellino è vivo o morto?”
Tentavo di andare a caso, di prescindere dalla risposta dell’interlocutore. Come se fosse più giusto. Come se esistesse giusto o sbagliato.
Non mi piaceva. L’unica cosa di cui andavo fiera era il mio modo d’intrecciare le dita, senza lasciare buchi. Ed era molto meglio la variante “l’uccellino-c’è-o-non-c’è”, comunque.

Dicono che siamo qui di passaggio, come se stessimo andando da qualche parte; dicono che la morte è parte della vita.
Il dolore degli altri è bianco e lontano. Ti senti in dovere d’immaginarlo, ma per quanto ti sforzi, come puoi? E a cosa serve inondare chi resta di costernati “non ho parole”? Chi ne ha? Se qualcuno ha parole, le parli.
Le parole sono dei vivi. In certi frangenti le parole impazziscono, tipo la maionese. E non ci fai più niente.

Da piccola parlavo con Dio. Spesso, ma soprattutto prima di dormire.
Da piccola avevo detto a Dio: “Sai, quando verrò in paradiso, vorrei che mi facessi tornare di dieci anni, come adesso. Puoi, no? Se non ti dispiace. Mi piacerebbe molto. Me lo prometti?”
Era stata una decisione ponderata, perché mi era venuto il dubbio che un giorno avrei potuto volerla rinnegare. Mi ero chiesta se esistesse una qualche felicità diversa da quella che conoscevo, che avrei acquistato da grande; mi ero risposta, candidamente e senza apprensione, di no. Avevo il netto sentore di aver raggiunto il culmine della felicità, di essere esattamente ciò che volevo; l’eternità avrei voluto trascorrerla così. Magari da grande penserò che è una cosa stupida, mi ero detta. Ma non credo sia una cosa stupida. Lo dico a Dio, e lui di sicuro si ricorderà.
Ancora oggi non riesco a pensare che fosse una cosa stupida. Di tutte le me, credo che la me di dieci anni sia forse l’unica che potrebbe ricordarsi la strada per il paradiso.

E’ primavera. Sento la primavera nel sangue molto più di quanto non mi accadesse da bambina.
Ricordo che alle elementari ci facevano leggere poesie sul risveglio della natura, e sì, mi pareva di capirne la rilevanza – certo, il verde all’improvviso, i fiori, il cielo – ma rimaneva una specie di perplessità di fondo: davvero una mattina ti svegli e senti che è primavera? Davvero è una stagione così speciale e diversa dalle altre? Non è più misterioso, più affascinante l’autunno? Più impetuosa e dissetante l’estate? Mi chiedevo se la primavera valesse poi tutta quest’enfasi poetica; e come fosse mai possibile che da sola riuscisse a far rincoglionire tutti gli animali di Bambi in un colpo.
Dev’essere una cosa ormonale. In questa vita di donna sento la primavera come mai mi accadeva da bambina: improvvisa e travolgente, limpida. La vita stessa si fa tangibile, pervasiva e intensa e torrenziale, e ogni anfratto dell’essere vibra di richiami: ogni cosa è partecipe dello stesso segreto, e lo grida senza ritegno nell’aria appesantita di pollini. E’ il tempo della terra, dell’abbandono, dei riti misterici, delle danze; è un tempo in cui essere madre, in cui essere figlia. Un tempo di feroci inganni, di desideri, abbracci, intrecci, illuminazioni, istinti, risvegli.
Non è il momento per morire.
Così, poi, senza motivo.

Si vive. Si muore.

E ha un che di sconvolgente leggere su facebook, fra il gatto col singhiozzo e le pagine sdolcinate da adolescenti, il link

E’ venuto a mancare – non ce l’ha fatta – un incidente in moto – la moglie, quattro bambini –

Non era gente con cui avessi grandi rapporti. Parenti visitati di rado, oramai forse nemmeno ogni anno.

Ma i bambini li ricordo, anche se li avrò visti due volte, una che si attaccava alla gonna della madre (mia cugina) si nascondeva alle facce estranee, “abbiamo delle difficoltà a farla dormire”; una casa rumorosa cosparsa di giochi e di strilli e “state buoni” e “non in testa a tuo fratello”, e mia cugina così giovane, così piena di figli, “alla tua età ne aveva già due… renditi conto”. Tentavo di rendermi conto, non riuscivo a decidere di cosa. Pensavo all’avere dei figli, pensavo che a me sarebbe successo un giorno lontano, e di sicuro non così tanti, non così vicini. E forse era primavera.
Mi domando per quante primavere d’ora innanzi il dolore busserà alla porta di quella casa, e mi domando che cosa sia per dei bambini non avere più un padre. Così, all’improvviso, perché ha detto che va a fare un giro in moto e poi tutti a prendere un gelato.
Ma poi niente gelato. Così. In aprile.

E i “mi piace” come condoglianze sotto al link mi mettono all’improvviso una sensazione di freddo e di nausea, e intorno rumoreggia la vita e ballano le cazzate ed è primavera, e le parole muoiono tutte e rimane solo questa vertigine – dicono che siamo qui di passaggio –

“L’uccellino è vivo o morto?”

E sento freddo, ma è il freddo di uno scudo che sale automatico a ripararmi dal dolore, dalla morte: so che non potrò mai davvero condividerne neanche un frammento, perché c’è questo scudo di ghiaccio e il massimo che posso sentire è freddo, e confusione.

Chissà se un giorno uno impara a intrecciare le dita in modo da nascondere il vuoto, o il vuoto rimane per sempre, chissà se parlare con Dio serve a qualcosa, se tutte quelle preghiere hanno un significato –

Ma Dio capisce la nostra lingua? Ma le parole, le parole si possono portare nell’aldilà? Ma il paradiso, le anime…? Ma davvero è come un viaggio, morire? E di noi rimane qualcosa, anche solo una scia nello spazio-tempo, e lo spazio-tempo esiste, e cosa significa esistere, e che lingua parla, che diamine di lingua parla Dio? E vorrei poter fare qualcosa, vorrei poter credere, vorrei poter soffiare un sospiro nel mondo degli spiriti e aiutare a sospingere l’anima verso quel mondo migliore in cui la mente credeva; ma io non sono altro che un’umana piena di parole inutili, preda delle sue primavere, che parlava con Dio da piccola, e che morirà, un giorno morirà, e che per di più davvero non ce la fa a mettere “mi piace” su facebook, sotto un link che annuncia la morte di un uomo.

Ballata dei futuri (im)possibili

Vorrei,
vorrei un futuro
dolce, succoso,
maturo;
lo vorrei morbido, sodo,
rotondo:
fra tutti i futuri del mondo
il più bello.
Vorrei un capello
biondo
da seguire come un sentiero
per perdermi sempre più a fondo,
disfarmi
di ogni pensiero.
Vorrei diventare il rumore
del treno
che ti riporta indietro,
vorrei essere il vetro
– catturare un tuo sguardo
lontano –
o il libro che reggi in mano,
la luce del tuo vagone,
e i paesaggi,
e ogni singola parola
che leggi.
Non avermene a male
se puoi:
non ti darò fastidi.
Ma se mai tu volessi
fare per me una cosa, una sola,
e ti chedessi quale,
ti prego:
ancora una volta
guardami e
sorridi.

P.S. The usual disclaimers apply. E comunque l’altra mi è piaciuta di più. E adesso scriverei la tesi, se solo la fase “vabbeh-scrivo-un-po’-di-poesia-così-poi-mi-concentro-meglio” non si fosse prolungata fino a ora di cena.

In un altro universo

Forse, in un altro universo.
Apri le mani e lascia che il mondo scivoli via: non ha senso aggrapparsi. Le cose vengono e vanno. Vanno, nella maggior parte dei casi.
Respira.
Respiro piano, e di tanto in tanto soffoco. Incidenti di percorso. Quel muscolo all’angolo dell’occhio continua a pulsare, e non so perché; ho gli occhi che vorrebbero piangere qualcosa che forse loro vedono ma io no, e il dolore è avvolto in una carta di caramella.
Apriti, sciogliti, dispiegati. E lasciati cadere. Così.
E’ facile: aspetta la prossima felicità, il prossimo sorriso; non importa da dove venga, da chi, ma verrà. Le cose vanno, ma anche vengono. Lo sai.
Smettila di amare così furiosamente tutto ciò che hai, a che pro?
Ricordi? Ricordi il primo anno di ginnasio, e quel momento in cui hai aperto le braccia, sulle scale, e testimoni avevi le statue ruvide di divinità greche, nel giardino di Palazzo Pfanner, e un’amica – un’amica? – e avevi detto: “sono felice”. Ti avevano guardato con incredula condiscendenza – le statue di divinità greche, e lei – o forse con un filo di quell’invidia con cui gli immortali invidiano la felicità delle creature terrestri.
O phthonos ton theon, ricordi?
Sapevi che tutto si sarebbe rotto, per questo l’hai detto: “sono felice”. Per lasciare un segnalibro nel tempo.
Non l’hai più detto ad alta voce, forse. Non per anni. Non mentre guardavi quella distesa di fiori rosa oltre le vetrate, quel capannello di persone di cui un giorno avresti saputo i nomi raccogliersi attorno a una manciata di problemi nella brezza di Cesenatico. Non mentre affondavi la paletta nel tuo primo yoghurt di Coppelia – chissà cosa ci avevi messo sopra, non ricordo più – e decidevi di innamorarti delle persone, delle cose, del mondo, della matematica.
Più tardi sì. “Ti amo” dicevi, e quando quella sensazione diventava troppo grande per essere confinata dentro il corpo, troppo grande perfino per i pensieri, dicevi anche: “sono felice”.
Sapevi anche allora che tutto si sarebbe rotto, ma non aveva importanza.
E poi mentre aiutavi a trascinare tavoli nel cortile del Faedo, e il cielo era turchese e forse si studiava corso interno, o qualcos’altro; mentre camminavi per le strade di Lucca, seguita da un gruppo di amici e dalle loro risate, e l’ennesima battuta devastantemente nerd suscitava uno spontaneo, tacito moto d’orgoglio (ecco, pensavi, sono la persona più fortunata del mondo; non c’è nessun altro con cui vorrei essere in questo momento); mentre sbrogliavi pagine di fisica, gli appunti sparsi su un tavolo tondo, o mentre bevevi una camomilla in una stanza di collegio troppo affollata, o mentre un abbraccio scacciava le ultime ombre di un’estensione di Galois. Non l’hai detto, “sono felice”. Forse per non attirare sguardi increduli e condiscendenti, forse per tentare di nasconderlo agli dei ancora per un po’.
Le cose vengono e vanno. Il vento gira.
Apri le mani. Lascia che sia il mondo a venire da te, se mai vorrà farlo.
Sì, l’azzurro è sporco e offuscato, ed è come se qualcosa non andasse – ho fatto qualcosa? Ho detto qualcosa? – ma non ha importanza. Voltati dall’altra parte e respira. Lascia andare. Una fitta lieve, prova che hai giocato col fuoco un filo troppo a lungo, che se anche guardi altrove una linea, un movimento di labbra sono rimasti impigliati nella materia dei sogni, o forse nel muscolo all’angolo dell’occhio sinistro, e ci metteranno un po’ a scomparire.
I problemi che non esistono sono i più difficili da risolvere.
Sssh, ti dici, ssssh. Forse, in un altro universo. Non qui, non ora.
Cercherò di esistere in silenzio. Cercherò di lasciare andare. Troverò conforto nelle parole, se proprio, o nelle storie, senza disturbare le realtà altrui. Cercherò i sogni che ho perso. E ancora una volta pagherò col sangue il privilegio di addormentarmi in seno alla Grande Madre, di affidare a lei i miei problemi inesistenti, il mio dolore, il mio amore d’avanzo.
E sotto sotto, lo so, pregherò di svegliarmi in un altro universo.