Azzurro (e… nebbia)

Passavo per un blog deserto, per caso. Veleggiando da un link all’altro – grafi, dopotutto; è così che funziona – all’improvviso ti ritrovi catapultata nel bel mezzo di altri mondi, in luoghi dove le parole hanno un altro sapore, le canzoni altri ritmi. Un blog abbandonato ha un suo fascino particolare. Ti senti Riccioli d’Oro nella casa dei tre orsi, ma i tre orsi sono andati in vacanza e hanno lasciato porte e finestre spalancate, e nessuno tornerà a lamentarsi. Non questa sera. Puoi sederti lì sulla poltrona che preferisci, e rigirarti fra le mani i soprammobili ascoltando il ticchettio dell’orologio; la zuppa è fredda da chissà quanto, il tempo pende dal soffitto, sottile e polveroso come una ragnatela, e il rubinetto della cucina gocciola di parole già morte.
Ho uno strano, istintivo rispetto per chi è disposto a cantare di sé. Per chi ha un’anima abbastanza spaziosa da ospitarvi qualche Riccioli d’Oro di passaggio, e abbastanza piena di musiche e di fruscii e d’incantesimi e di nebbia da farti venir voglia di visitarla ancora.
Per questo, credo, continuerò a filare pensieri quaggiù, dimentica di motivazioni, mezzi, fini, conseguenze, come facevo un tempo. Ogni tanto me ne domando il senso, e ora che ci penso il senso è chiaro: costruire una casa nella quale una Riccioli d’Oro qualunque possa piombare per caso e perdersi, scegliere la sua poltrona e mangiare zuppa e toccare dappertutto e pensare: “toh!”.
Un mio blog non sarà mai altro che questo: una casa da impregnare del proprio vivere per poi abbandonarla, nella speranza che qualcuno un giorno vi trovi anche solo una sedia della misura giusta, o un letto su cui coricarsi un momento.

Oggi c’è il sole, e finalmente posso cambiare il testo di quel benedetto widget del tempo atmosferico, che devo essermi inventata in un momento di estremo ottimismo sulla frequenza dei miei futuri aggiornamenti. Niete più temporali d’analisi.
Solo sole.
Mi sento libera. Aerea, rarefatta, azzurra.
C’è il sole e le parole rimbalzano, e il fluire delle cose di nuovo diventa rumore di sottofondo, e riesco a intravedere il mondo soltanto con la coda dell’occhio. A malapena.
La prosa tira un po’ il guinzaglio: vorrebbe scappare, vorrebbe quasi sbattere contro il marciapiedi e infrangersi in versi. Ma la trattengo.
La realtà è fatta di materia pesante, ma la verità di sostanze lievi e duttili, e comincio a ricordare quanto possa riuscire naturale riscaldarle fra le mani e plasmarle. Basta avere pazienza. Basta ricordarsi la combinazione dell’universo, e quello si aprirà come un fiore.
Prendimi per mano e riportami a casa, tutte le volte che serve: mostrami il sentiero che conduce al nocciolo, piccolo ospite bruco della mia polpa, e io ti seguirò ancora e ancora, alla cieca, e cercherò d’imparare la strada.
Dimmi cosa desideri, e lo avrai. Dimmi che mondo vorresti, e lo costruirò per te, pezzo per pezzo, assemblando note e nuvole e parole.
Lascia che dietro i tuoi occhi io torni in cerca dello sguardo remoto del demiurgo; e fra le dita sentirò ruvido il filo delle moire, e ritroverò per un istante quella stessa sensazione di due estati fa, sulle Orobie: la vita che pulsa feroce contro i mille veli della materia – io e il filo, io e il filo – e duemila metri di strapiombo che si nascondono pudichi dietro una coltre di nebbia.
Chiedo soltanto di poter deporre i pensieri, arrendermi all’essere. Lascio che le parole si sparpaglino selvatiche e godano di questo sole – loro sapranno che fare della libertà – e nel frattempo sento il senso germogliare di nuovo dietro le danze dell’aletiometro. Tornerò ad essere domatrice di storie, cacciatrice di colori. Tornerò.
Sono felice di sentirmi ricordare che certo, le identità di binomiali si dimostrano, ma da qualche parte scintilla gloriosa una semplice, geniale interpretazione combinatoria. E’ ora di rimboccarsi le maniche e andare a cercarla. Quasi mi sento di ritrattare le disillusioni contose di post passati: sarà il sole, sarà l’esame in meno, sarà quest’aria limpida, ma all’improvviso l’interpretazione combinatoria della vita sembra quasi alla mia portata.
E senza quasi rendermene conto, mentre cammino spensierata verso il pomeriggio, stringo nel palmo della mano un unico, piccolo frammento di azzurro.

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