The road goes ever on

Il trucco è, forse, assaporare i momenti.
L’hanno sempre detto, nei libri e nei film, in tutte quelle morali scontate, talmente scontate che dopo un po’ sembra da sempliciotti dar loro retta; è una di quelle briciole di saggezza spicciola, pervasa da un ottimismo a breve termine appena stucchevole, in bilico fra un’ode di Orazio e un finale hollywoodiano.
sapias, vina liques et spatio brevi
spem longam reseces
Perché no? Perché desiderare di essere dove non si è, o di essere qualcosa che non si è, o di avere qualcosa che non si ha?
Forse la via più facile è apprezzare la vita localmente, e alle proprietà globali ci penseranno le divinità o le stelle o i calcoli di Babilonia, o la piega dolce dello spazio-tempo. Forse siamo gruppi di Lie, e un’analisi locale della nostra vita dice di più sulla sua struttura globale di quanto non si creda. Forse no, e non avrebbe comunque importanza.
Credo di potermi accontentare degli istanti.
Mescerò i momenti e li assaggerò uno a uno, con calma, e con un piglio da enologo consumato giocherò ad associar loro parole e colori e sentori di cose, e pensieri. Rimango convinta che questa vita sia dopotutto un continuo collezionare sapori e sensazioni, costruirsi una propria biblioteca d’istanti in cui l’anima possa sentirsi a casa, e ritrovarsi ricca e appagata.
Esattamente quel che ho provato io nel varcare la soglia di Heffers, in Trinity Street: non ho saputo resistere all’invito di quell’abbraccio di parole invisibili, di quel sapiente gioco di luci e penombre, della geometria accogliente degli spazi, intima come una conchiglia, scandita da splendidi scaffali di legno scuro. Mi sono sentita a casa. Come sempre, fra i libri. Ed ecco una manciata imprevedibile di attimi preziosi: un minuscolo libro con le poesie di Tolkien, che risveglia ritmici ricordi di rime, adagiato nel palmo della mano; i tratti eleganti della scrittura elfica, e spartiti di canzoni di Hobbit (Roads go ever ever on / Under cloud and under star, / Yet feet that wandering have gone / Turn at last to home afar); la mappa completa di Ankh-Morpork (There’s a saying that all roads lead to Ankh-Morpork. And it’s wrong. All roads lead away from Ankh-Morpork, but sometimes people just walk along them the wrong way). Sorrisi, e pensieri di persone e compleanni ignoti, e voglia di fare regali; forse soprattutto di regalare un frammento di questa placida eccitazione, di questa piccola felicità. Il peso di un libro fra le braccia mi riconduce a me stessa, e sento fortissima le sensazione che tutte le strade portino davvero a quella biblioteca dove la mia anima siede, in attesa che passi il tempo di scrivere questa vita e giunga quello di rileggerla solamente.
Ma finché ai file di questo mondo ho accesso in scrittura, quel che devo fare è forse davvero assaporare i momenti, registrarne le sfaccettature, e osservare come assorbano e riflettano e rifrangano la luce.
La felicità ha una luminescenza sua, intima e cristallina e immotivata e senza pretese.
Ultimamente mi nutro di felicità piccole, brevi e senza perché. Caramelle.
La piccola felicità all’arancia di un saluto. La felicità alla fragola di un sorriso. La felicità alla liquirizia di una conversazione. La felicità alla menta di un decollo e un atterraggio. La felicità al caffè di un invito.
C’è il sole, e gli attimi si susseguono secondo un ritmo piacevolmente ternario, come una danza.
“Da quando in qua ti piace la panna?” domanda mia mamma, perplessa di fronte al mio frappuccino strawberries&cream di Starbucks (with additional cream on top).
E’ vero, da quando in qua mi piace la panna?
Ma è un tempo in cui non mi sento schizzinosa: il mondo va assaggiato, e senza pregiudizi; potresti scoprire che era davvero il momento perfetto per qualcosa di denso e morbido e dolcissimo, che si scioglie in bocca come una nuvola di latte.
Non ho intenzione di resistere alle tentazioni. Che sia un frappuccino o un libro o una poesia da scrivere, o anche solo un po’ di tempo per fantasticare, sono pronta a fare regali anche a me stessa. Non m’interessa se li merito o meno. E’ forse questione di meriti?
E’ primavera. Tempo di aprire le porte e le finestre, di far circolare aria.
Tempo di far visita alla mia anima dentro quella biblioteca: e siete tutti invitati. Che le nostre strade divergano o corrano parallele o che la struttura di quel gruppo di Lie ci conceda di camminare insieme, che stiamo andando ad Ankh-Morpork o ce ne stiamo allontanando, siete sempre invitati a prendere quel famoso tè, e la mia anima vi mostrerà la strada e vi farà sedere; e volentieri vi regalerò un posto confortevole fra le pagine della biblioteca, e lascerò che assaggiate il sapore dei miei attimi, se mai ne aveste la curiosità. Perché lo so che forse è un regalo di cui non sapete che fare, e che dovrei trovare qualcosa di meglio, di più utile o di più sensato, ma come pegno d’amicizia non so dare altro che me stessa. O forse, se ne volete, della poesia.

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