Missing colours

Avrei voluto scrivere dei Cristiani di Cambridge. Avrei voluto scrivere di ipergrafi, o interviste nella lignea penombra della hall davanti a una tazza di cioccolata, o magari del caffè della Medium Combination Room, o delle cene formali, o delle biblioteche e dello shopping.
Invece mi ritrovo a fare quello che non vorrei, e cioè di nuovo rovesciare un po’ di quest’agglomerato di angosce e pensieri amorfi e fantasmi dentro calici di parole, forse nella speranza di dar loro una forma, o semplicemente di liberarmene per un po’.
Certo, la verità.
Ma quando diventa difficile disincastrare una verità dall’altra, distinguere una verità dalla sua verità opposta, e tutto si adagia sullo stomaco in un unico, inestricabile nodo, le promesse dei passati e dei futuri e del presente perdono di valore e di senso.
E’ come un puzzle con un pezzo mancante; e nel pensare questo pensiero riemergono frasi concepite, probabilmente scritte, ai tempi di quei famosi diciassette anni: come il puzzle del Timpano. In cui i pezzi si sono proprio persi, e basta. E allora ci s’ingegna col cartone, con i pastelli, e si imita il meglio possibile una sfumatura di colore; poi, da lontano, nessuno se ne accorgerà.
Ho comprato una scatola di pastelli acquarellabili (was £9,99, now £1,49), ma un motivo per cui li ho pagati meno di 2 sterline ci doveva pur essere: le mine sono dure, lasciano tracce sottili e pallide, ed è difficile rendere i colori. Mi domando quale sia la sfumatura che dovrei cercare: forse un rosa morbido, vagamente aranciato, come il sapore di una pesca o i margini di un tramonto. Forse invece un complicato tono d’azzurro, un carta da zucchero venato di grigio, a sorpresa cangiante verso il verde. Ma come fare a deciderlo, senza un disegno su cui basarsi, senza una verità da riconoscere e perseguire? Dov’è il foglio degli aiutini? Qualcuno mi dia un hint. Questa seconda adolescenza lascia perplessi quanto la prima, e nel frattempo ho perso il libretto delle istruzioni.
La vita è un dannatissimo problema di combinatoria. Te lo ficcano in mano senza spiegarti nulla, tanto l’enunciato è chiaro e intuitivo, niente pile di volumi di geometria algebrica da digerire prima di capirne la notazione. E poi, boh. Non si sa da dove cominciare a risolverlo. Da che lato lo prendi? Ma soprattutto, proprio come i corsi di Combinatoria, secoli di letteratura e di arte e di sogni ti hanno educato a pensare che il problema debba avere una soluzione geniale, bella, naturale, limpida, con una di quelle idee che t’illuminano come un fuoco d’artificio, e ti sollevano verso l’Iperuranio e ti strappano un sospiro di soddisfazione. E invece non è così. I problemi di Combinatoria sono per lo più infidi e fastidiosi. Li si dimostra aggredendoli da più lati, sporcandosi le mani con paginate di conti, rinunciando a qualsiasi velleità di eleganza o pulizia; poi chi lo sa, magari un giorno una di quelle dimostrazioni splendide, scesa direttamente dal “Libro” a illuminare la mente di qualche matematico geniale e rivoluzionare la materia, salterà fuori. Difficile che quel giorno sia oggi. Difficile che quel matematico sia tu.
La soluzione alla vita manca del bilanciamento, della logica, dell’ordine studiato di un romanzo, o di una bella dimostrazione; la soluzione alla vita è probabilmente un articolo noioso e fitto di conti, e per di più non hai ancora idea di quali siano.
In tutto ciò io non so far altro che inventare nuovi colori, che lasciare una scia di versi che nessuno leggerà mai (e come al solito non si capisce più se siano frammenti di verità o pura finzione letteraria), rovesciare il mio carico di nulla dentro parole incolpevoli. Ma la cosa più fastidiosa, la più stupida e sbagliata e la più fastidiosa, è che pensieri che dovrebbero essere piccoli e inconsistenti riescono a diventare vasti e densi come un oceano, a riempire ogni anfratto della mente con una naturalezza disarmante; e ti ritrovi a fissare dei gradini e non pensare ad altro, illudendoti che questo sia lo stesso di “non pensare”; le parole intorno si sgretolano come foglie secche e la voce di quel pensiero-oceano si fa forte, più forte, finché non sovrasta tutte le altre voci; per un attimo hai il terrore che sia diventata talmente forte da essere udibile anche per gli altri, e quasi ti aspetti che qualcuno si volti, interrompendo quella  conversazione che non stai più seguendo, per dirti: “come? Puoi ripetere?”. E allora hai quasi la certezza che quelle parole strane e sbagliate ti sfuggirebbero dalle labbra e diventerebbero suono anche fuori, nel sole, e improvvisamente diventerebbero vere, e non potresti più sostenere che non stai pensando a nulla, e questo sarebbe un disastro, un disastro totale.
Invece no. Pian piano il boato dell’oceano s’acquieta, e da immenso il pensiero torna piccolo e inconsistente; soltanto che, mentre l’acqua si ritira, trascina con sé i colori delle cose. Ed ecco che mi ritrovo con una goccia in mezzo a un mondo completamente incolore, con la sensazione assurda che sarebbero bastate due parole a salvare tutti i colori del mondo, che ancora basterebbero due parole a resuscitarli. Il sapore del caffè è trasparente, e l’analisi funzionale così diafana da risultare quasi invisibile.
E la voce sommessa della coscienza sussurra rassicurazioni sul fatto che passerà. Che sono questi giorni, così, ma passerà. Che è normale – ci siamo già passate, dopotutto, ed era esattamente così; semplicemente a un certo punto le priorità si raddrizzeranno, e nessuno si sarà accorto di nulla, e tutto questo si tramuterà come per incanto in finzione letteraria. Semplice.
Eppure, anziché gettarla via, custodisco gelosamente quella goccia in cui sono intrappolati tutti i colori del mondo, anche quelli dei miei pezzi mancanti. Forse una parte di me non riesce a ignorare la vaga speranza che un giorno quella goccia possa servire a innaffiare qualcosa di vivo. Forse non posso rinunciare all’idea di una soluzione di tre righe, che renda tutto il mondo perfetto in un colpo solo. Forse non mi fido abbastanza della mia scatola di matite acquarellabili.
E mentre finalmente mi libero di una parte di questo groviglio e mi appresto a fingere che m’importi dell’analisi più che di tutto questo, sono quasi disposta a credere alla voce tra i pensieri che sussurra:
non importa. Andrà tutto bene.

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One thought on “Missing colours

  1. Ani-sama says:

    Pensavo che forse la soluzione sarà un “articolo noioso e fitto di conti”, però col tempo le difficoltà potranno ben districarsi, e magari verrà un giorno in cui si avrà fra le mani lo strumento teorico che rende tutto chiarissimo. Non necessariamente sarà un colpo di genio, o una dimostrazione di tre righe calata dal “Libro”. Penso anche ad un lavoro costante di selezione e isolamento di… di quegli aspetti “well-behaved” che pure ci sono ovunque. Ovunque.

    Naturalità, diagrammi che commutano. Cose così.

    (S’è capito che sono un fanatico di metodi algebrici-omologici? xD)

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