Gioco di Specchi

1.
Reality check.
Mondo, Pisa, pioggia. Temporale. Progetto di ricerca, articoli, perfezionamento.
Ho la netta sensazione di non potermi permettere l’abbandono che cerco. So che un passo, un passo solo mi porterebbe al di là dello specchio, e tutto cambierebbe forma.
Rimango immobile da questo lato, lo sguardo perduto nella vibrazione inquieta e misteriosa di un oscuro Paese delle Meraviglie. Potrei toccarlo. Potrei distendere il braccio e la mia mano attraverserebbe la lastra di vetro – forse con un dolore indicibile, forse no – e poi potrei sfiorare l’essenza di un altrove spaventosamente incantato, dove il mio dentro si sparge intorno e cola fino a invadere tutti i fuori, dove i petali delle margherite non danno resto modulo due e ogni giorno si festeggiano non-compleanni, e dove si rischia di perdere la testa da un momento all’altro.
E invece eccomi qua. Nel mondo reale, le dita che tamburellano contro la superficie dello specchio (impazienza, o forse nervosismo) e la vita mi scroscia addosso implacabile e ho i vestiti bagnati e freddi e pesanti di realtà.

2.
Non è nulla, credo. Eppure a un tratto una morbida consapevolezza si solleva dolcemente da chissà quali fondali del mio sé, e pian piano sale fluttuando ed emerge e dondola in superficie.
Quel breve spazio vuoto si fa tiepido e presente, e si lascia levigare dalla risacca costante dei miei pensieri, come un frammento di vetro sulla battigia. Spio le sue trasparenze azzurre finché la sua forma non si fa liscia e plastica e irregolare – ecco, riesco a sentirlo contro la guancia, il vuoto che preme appena contro la pelle, quieto riverbero di una presenza, discreto come il soffice manto d’aria calda che circonda la fiamma di una candela.
E un brulicare immaginario, lieve come la corsa di mille microscopici piedi d’elfi, sale lungo lo zigomo; e vorrei adagiarmi a lungo fra le braccia di questo fantasma d’una sensazione, vorrei che un solo, impercettibile formicolio raggiungesse l’altro lato di questo vuoto, che magari l’ombra di un pensiero s’intravedesse in trasparenza, che questo mondo non fosse fatto di simmetrie rotte, che per una volta il centro dell’universo fosse lì, proprio lì, a metà di questa distanza liscia e carezzevole.
Mi perdo fra i ricordi e il desiderio di una simmetria funzionante, che davvero sappia mandare le sensazioni da un lato all’altro di questo intervallo, una nell’altra, che davvero possa far combaciare le anime: un’involuzione qualunque, un elemento di ordine due che agisca mite sul mio universo, un’eco, un ritorno; vorrei che in mano mi tornasse l’altro capo dell’infinito, e che la lontananza dolorosa della retta reale s’aquietasse nell’abbraccio morbido di un S^1.

Azzurro (e… nebbia)

Passavo per un blog deserto, per caso. Veleggiando da un link all’altro – grafi, dopotutto; è così che funziona – all’improvviso ti ritrovi catapultata nel bel mezzo di altri mondi, in luoghi dove le parole hanno un altro sapore, le canzoni altri ritmi. Un blog abbandonato ha un suo fascino particolare. Ti senti Riccioli d’Oro nella casa dei tre orsi, ma i tre orsi sono andati in vacanza e hanno lasciato porte e finestre spalancate, e nessuno tornerà a lamentarsi. Non questa sera. Puoi sederti lì sulla poltrona che preferisci, e rigirarti fra le mani i soprammobili ascoltando il ticchettio dell’orologio; la zuppa è fredda da chissà quanto, il tempo pende dal soffitto, sottile e polveroso come una ragnatela, e il rubinetto della cucina gocciola di parole già morte.
Ho uno strano, istintivo rispetto per chi è disposto a cantare di sé. Per chi ha un’anima abbastanza spaziosa da ospitarvi qualche Riccioli d’Oro di passaggio, e abbastanza piena di musiche e di fruscii e d’incantesimi e di nebbia da farti venir voglia di visitarla ancora.
Per questo, credo, continuerò a filare pensieri quaggiù, dimentica di motivazioni, mezzi, fini, conseguenze, come facevo un tempo. Ogni tanto me ne domando il senso, e ora che ci penso il senso è chiaro: costruire una casa nella quale una Riccioli d’Oro qualunque possa piombare per caso e perdersi, scegliere la sua poltrona e mangiare zuppa e toccare dappertutto e pensare: “toh!”.
Un mio blog non sarà mai altro che questo: una casa da impregnare del proprio vivere per poi abbandonarla, nella speranza che qualcuno un giorno vi trovi anche solo una sedia della misura giusta, o un letto su cui coricarsi un momento.

Oggi c’è il sole, e finalmente posso cambiare il testo di quel benedetto widget del tempo atmosferico, che devo essermi inventata in un momento di estremo ottimismo sulla frequenza dei miei futuri aggiornamenti. Niete più temporali d’analisi.
Solo sole.
Mi sento libera. Aerea, rarefatta, azzurra.
C’è il sole e le parole rimbalzano, e il fluire delle cose di nuovo diventa rumore di sottofondo, e riesco a intravedere il mondo soltanto con la coda dell’occhio. A malapena.
La prosa tira un po’ il guinzaglio: vorrebbe scappare, vorrebbe quasi sbattere contro il marciapiedi e infrangersi in versi. Ma la trattengo.
La realtà è fatta di materia pesante, ma la verità di sostanze lievi e duttili, e comincio a ricordare quanto possa riuscire naturale riscaldarle fra le mani e plasmarle. Basta avere pazienza. Basta ricordarsi la combinazione dell’universo, e quello si aprirà come un fiore.
Prendimi per mano e riportami a casa, tutte le volte che serve: mostrami il sentiero che conduce al nocciolo, piccolo ospite bruco della mia polpa, e io ti seguirò ancora e ancora, alla cieca, e cercherò d’imparare la strada.
Dimmi cosa desideri, e lo avrai. Dimmi che mondo vorresti, e lo costruirò per te, pezzo per pezzo, assemblando note e nuvole e parole.
Lascia che dietro i tuoi occhi io torni in cerca dello sguardo remoto del demiurgo; e fra le dita sentirò ruvido il filo delle moire, e ritroverò per un istante quella stessa sensazione di due estati fa, sulle Orobie: la vita che pulsa feroce contro i mille veli della materia – io e il filo, io e il filo – e duemila metri di strapiombo che si nascondono pudichi dietro una coltre di nebbia.
Chiedo soltanto di poter deporre i pensieri, arrendermi all’essere. Lascio che le parole si sparpaglino selvatiche e godano di questo sole – loro sapranno che fare della libertà – e nel frattempo sento il senso germogliare di nuovo dietro le danze dell’aletiometro. Tornerò ad essere domatrice di storie, cacciatrice di colori. Tornerò.
Sono felice di sentirmi ricordare che certo, le identità di binomiali si dimostrano, ma da qualche parte scintilla gloriosa una semplice, geniale interpretazione combinatoria. E’ ora di rimboccarsi le maniche e andare a cercarla. Quasi mi sento di ritrattare le disillusioni contose di post passati: sarà il sole, sarà l’esame in meno, sarà quest’aria limpida, ma all’improvviso l’interpretazione combinatoria della vita sembra quasi alla mia portata.
E senza quasi rendermene conto, mentre cammino spensierata verso il pomeriggio, stringo nel palmo della mano un unico, piccolo frammento di azzurro.

Senza Titolo

Sì, mi sono lasciata trascinare dalle rime. Credo che la letteratura crei la realtà almeno quanto la realtà crea la letteratura.
E sì, questa è letteratura. Non nel senso di alta letteratura, ma nel senso di non propriamente realtà. Credo. Nel senso di: non è detto che abbia relazione con la mia vita, tanto per chiarire. Meglio mettere le mani avanti, suppongo.
E no, non credo che la poesia, una volta scritta, sia mai davvero una cosa privata. E visto il numero di visite su questo blog immagino che non mi vergognerei neanche se lo fosse.
D’altra parte, dato che vado blaterando di versi da un po’ in giro per questi post, e non se ne vedono mai, ho pensato che un esempio era dovuto.
Nel senso di: probabilmente non ne potevo più di Istituzioni di Analisi.
Enjoy.

~

Tuona.
E l’oscurità echeggia
contro le pareti
e la luce travolge i miei vuoti
e un cimitero
di simboli immoti
ricopre le carte
e ti prego
ti prego,
non andar via.
Non arrabbiarti
se ti trattengo dentro
e dipingo di te
questo muro
spoglio,
se a tratti maldestra
rovescio pensieri
vani
su questo foglio.
Rimani,
rimani, ti scongiuro.
E dimmi: sei forse anche tu
null’altro che un simbolo
puro
splendido e altero
e morto?
Forse sei come loro:
lo scheletro di un desiderio
astratto
un nulla, un pensiero matto
lo scarto di un sogno contorto
lo spettro sfuggente
di un operatore compatto.
Rimanimi accanto,
t’imploro!
E cantami ancora il tuo nome
e cullami e scioglimi in questa pioggia
e se sei vivo
oh, se sei vivo
trafiggimi,
di nuovo insegnami come
morire d’affondo,
come cadere e rompermi
sul freddo
pavimento del mondo.
Puoi lasciarli o raccoglierli
i miei cocci
non ha importanza:
che tu mi conceda o meno
questa danza
lascia che io bruci
del tuo tepore
per un poco.
E il fuoco
spegnerà la pioggia,
e il tuo sguardo
accecherà i lampi,
e in dono ti porterò
mute parole d’amore
raccolte per i campi
dietro il tuono;
e tu ignaro
forse
ne coglierai il suono
in lontananza.
E chissà,
talvolta mi domando,
chissà a chi porgerai la mano
in questa danza.

The road goes ever on

Il trucco è, forse, assaporare i momenti.
L’hanno sempre detto, nei libri e nei film, in tutte quelle morali scontate, talmente scontate che dopo un po’ sembra da sempliciotti dar loro retta; è una di quelle briciole di saggezza spicciola, pervasa da un ottimismo a breve termine appena stucchevole, in bilico fra un’ode di Orazio e un finale hollywoodiano.
sapias, vina liques et spatio brevi
spem longam reseces
Perché no? Perché desiderare di essere dove non si è, o di essere qualcosa che non si è, o di avere qualcosa che non si ha?
Forse la via più facile è apprezzare la vita localmente, e alle proprietà globali ci penseranno le divinità o le stelle o i calcoli di Babilonia, o la piega dolce dello spazio-tempo. Forse siamo gruppi di Lie, e un’analisi locale della nostra vita dice di più sulla sua struttura globale di quanto non si creda. Forse no, e non avrebbe comunque importanza.
Credo di potermi accontentare degli istanti.
Mescerò i momenti e li assaggerò uno a uno, con calma, e con un piglio da enologo consumato giocherò ad associar loro parole e colori e sentori di cose, e pensieri. Rimango convinta che questa vita sia dopotutto un continuo collezionare sapori e sensazioni, costruirsi una propria biblioteca d’istanti in cui l’anima possa sentirsi a casa, e ritrovarsi ricca e appagata.
Esattamente quel che ho provato io nel varcare la soglia di Heffers, in Trinity Street: non ho saputo resistere all’invito di quell’abbraccio di parole invisibili, di quel sapiente gioco di luci e penombre, della geometria accogliente degli spazi, intima come una conchiglia, scandita da splendidi scaffali di legno scuro. Mi sono sentita a casa. Come sempre, fra i libri. Ed ecco una manciata imprevedibile di attimi preziosi: un minuscolo libro con le poesie di Tolkien, che risveglia ritmici ricordi di rime, adagiato nel palmo della mano; i tratti eleganti della scrittura elfica, e spartiti di canzoni di Hobbit (Roads go ever ever on / Under cloud and under star, / Yet feet that wandering have gone / Turn at last to home afar); la mappa completa di Ankh-Morpork (There’s a saying that all roads lead to Ankh-Morpork. And it’s wrong. All roads lead away from Ankh-Morpork, but sometimes people just walk along them the wrong way). Sorrisi, e pensieri di persone e compleanni ignoti, e voglia di fare regali; forse soprattutto di regalare un frammento di questa placida eccitazione, di questa piccola felicità. Il peso di un libro fra le braccia mi riconduce a me stessa, e sento fortissima le sensazione che tutte le strade portino davvero a quella biblioteca dove la mia anima siede, in attesa che passi il tempo di scrivere questa vita e giunga quello di rileggerla solamente.
Ma finché ai file di questo mondo ho accesso in scrittura, quel che devo fare è forse davvero assaporare i momenti, registrarne le sfaccettature, e osservare come assorbano e riflettano e rifrangano la luce.
La felicità ha una luminescenza sua, intima e cristallina e immotivata e senza pretese.
Ultimamente mi nutro di felicità piccole, brevi e senza perché. Caramelle.
La piccola felicità all’arancia di un saluto. La felicità alla fragola di un sorriso. La felicità alla liquirizia di una conversazione. La felicità alla menta di un decollo e un atterraggio. La felicità al caffè di un invito.
C’è il sole, e gli attimi si susseguono secondo un ritmo piacevolmente ternario, come una danza.
“Da quando in qua ti piace la panna?” domanda mia mamma, perplessa di fronte al mio frappuccino strawberries&cream di Starbucks (with additional cream on top).
E’ vero, da quando in qua mi piace la panna?
Ma è un tempo in cui non mi sento schizzinosa: il mondo va assaggiato, e senza pregiudizi; potresti scoprire che era davvero il momento perfetto per qualcosa di denso e morbido e dolcissimo, che si scioglie in bocca come una nuvola di latte.
Non ho intenzione di resistere alle tentazioni. Che sia un frappuccino o un libro o una poesia da scrivere, o anche solo un po’ di tempo per fantasticare, sono pronta a fare regali anche a me stessa. Non m’interessa se li merito o meno. E’ forse questione di meriti?
E’ primavera. Tempo di aprire le porte e le finestre, di far circolare aria.
Tempo di far visita alla mia anima dentro quella biblioteca: e siete tutti invitati. Che le nostre strade divergano o corrano parallele o che la struttura di quel gruppo di Lie ci conceda di camminare insieme, che stiamo andando ad Ankh-Morpork o ce ne stiamo allontanando, siete sempre invitati a prendere quel famoso tè, e la mia anima vi mostrerà la strada e vi farà sedere; e volentieri vi regalerò un posto confortevole fra le pagine della biblioteca, e lascerò che assaggiate il sapore dei miei attimi, se mai ne aveste la curiosità. Perché lo so che forse è un regalo di cui non sapete che fare, e che dovrei trovare qualcosa di meglio, di più utile o di più sensato, ma come pegno d’amicizia non so dare altro che me stessa. O forse, se ne volete, della poesia.

Missing colours

Avrei voluto scrivere dei Cristiani di Cambridge. Avrei voluto scrivere di ipergrafi, o interviste nella lignea penombra della hall davanti a una tazza di cioccolata, o magari del caffè della Medium Combination Room, o delle cene formali, o delle biblioteche e dello shopping.
Invece mi ritrovo a fare quello che non vorrei, e cioè di nuovo rovesciare un po’ di quest’agglomerato di angosce e pensieri amorfi e fantasmi dentro calici di parole, forse nella speranza di dar loro una forma, o semplicemente di liberarmene per un po’.
Certo, la verità.
Ma quando diventa difficile disincastrare una verità dall’altra, distinguere una verità dalla sua verità opposta, e tutto si adagia sullo stomaco in un unico, inestricabile nodo, le promesse dei passati e dei futuri e del presente perdono di valore e di senso.
E’ come un puzzle con un pezzo mancante; e nel pensare questo pensiero riemergono frasi concepite, probabilmente scritte, ai tempi di quei famosi diciassette anni: come il puzzle del Timpano. In cui i pezzi si sono proprio persi, e basta. E allora ci s’ingegna col cartone, con i pastelli, e si imita il meglio possibile una sfumatura di colore; poi, da lontano, nessuno se ne accorgerà.
Ho comprato una scatola di pastelli acquarellabili (was £9,99, now £1,49), ma un motivo per cui li ho pagati meno di 2 sterline ci doveva pur essere: le mine sono dure, lasciano tracce sottili e pallide, ed è difficile rendere i colori. Mi domando quale sia la sfumatura che dovrei cercare: forse un rosa morbido, vagamente aranciato, come il sapore di una pesca o i margini di un tramonto. Forse invece un complicato tono d’azzurro, un carta da zucchero venato di grigio, a sorpresa cangiante verso il verde. Ma come fare a deciderlo, senza un disegno su cui basarsi, senza una verità da riconoscere e perseguire? Dov’è il foglio degli aiutini? Qualcuno mi dia un hint. Questa seconda adolescenza lascia perplessi quanto la prima, e nel frattempo ho perso il libretto delle istruzioni.
La vita è un dannatissimo problema di combinatoria. Te lo ficcano in mano senza spiegarti nulla, tanto l’enunciato è chiaro e intuitivo, niente pile di volumi di geometria algebrica da digerire prima di capirne la notazione. E poi, boh. Non si sa da dove cominciare a risolverlo. Da che lato lo prendi? Ma soprattutto, proprio come i corsi di Combinatoria, secoli di letteratura e di arte e di sogni ti hanno educato a pensare che il problema debba avere una soluzione geniale, bella, naturale, limpida, con una di quelle idee che t’illuminano come un fuoco d’artificio, e ti sollevano verso l’Iperuranio e ti strappano un sospiro di soddisfazione. E invece non è così. I problemi di Combinatoria sono per lo più infidi e fastidiosi. Li si dimostra aggredendoli da più lati, sporcandosi le mani con paginate di conti, rinunciando a qualsiasi velleità di eleganza o pulizia; poi chi lo sa, magari un giorno una di quelle dimostrazioni splendide, scesa direttamente dal “Libro” a illuminare la mente di qualche matematico geniale e rivoluzionare la materia, salterà fuori. Difficile che quel giorno sia oggi. Difficile che quel matematico sia tu.
La soluzione alla vita manca del bilanciamento, della logica, dell’ordine studiato di un romanzo, o di una bella dimostrazione; la soluzione alla vita è probabilmente un articolo noioso e fitto di conti, e per di più non hai ancora idea di quali siano.
In tutto ciò io non so far altro che inventare nuovi colori, che lasciare una scia di versi che nessuno leggerà mai (e come al solito non si capisce più se siano frammenti di verità o pura finzione letteraria), rovesciare il mio carico di nulla dentro parole incolpevoli. Ma la cosa più fastidiosa, la più stupida e sbagliata e la più fastidiosa, è che pensieri che dovrebbero essere piccoli e inconsistenti riescono a diventare vasti e densi come un oceano, a riempire ogni anfratto della mente con una naturalezza disarmante; e ti ritrovi a fissare dei gradini e non pensare ad altro, illudendoti che questo sia lo stesso di “non pensare”; le parole intorno si sgretolano come foglie secche e la voce di quel pensiero-oceano si fa forte, più forte, finché non sovrasta tutte le altre voci; per un attimo hai il terrore che sia diventata talmente forte da essere udibile anche per gli altri, e quasi ti aspetti che qualcuno si volti, interrompendo quella  conversazione che non stai più seguendo, per dirti: “come? Puoi ripetere?”. E allora hai quasi la certezza che quelle parole strane e sbagliate ti sfuggirebbero dalle labbra e diventerebbero suono anche fuori, nel sole, e improvvisamente diventerebbero vere, e non potresti più sostenere che non stai pensando a nulla, e questo sarebbe un disastro, un disastro totale.
Invece no. Pian piano il boato dell’oceano s’acquieta, e da immenso il pensiero torna piccolo e inconsistente; soltanto che, mentre l’acqua si ritira, trascina con sé i colori delle cose. Ed ecco che mi ritrovo con una goccia in mezzo a un mondo completamente incolore, con la sensazione assurda che sarebbero bastate due parole a salvare tutti i colori del mondo, che ancora basterebbero due parole a resuscitarli. Il sapore del caffè è trasparente, e l’analisi funzionale così diafana da risultare quasi invisibile.
E la voce sommessa della coscienza sussurra rassicurazioni sul fatto che passerà. Che sono questi giorni, così, ma passerà. Che è normale – ci siamo già passate, dopotutto, ed era esattamente così; semplicemente a un certo punto le priorità si raddrizzeranno, e nessuno si sarà accorto di nulla, e tutto questo si tramuterà come per incanto in finzione letteraria. Semplice.
Eppure, anziché gettarla via, custodisco gelosamente quella goccia in cui sono intrappolati tutti i colori del mondo, anche quelli dei miei pezzi mancanti. Forse una parte di me non riesce a ignorare la vaga speranza che un giorno quella goccia possa servire a innaffiare qualcosa di vivo. Forse non posso rinunciare all’idea di una soluzione di tre righe, che renda tutto il mondo perfetto in un colpo solo. Forse non mi fido abbastanza della mia scatola di matite acquarellabili.
E mentre finalmente mi libero di una parte di questo groviglio e mi appresto a fingere che m’importi dell’analisi più che di tutto questo, sono quasi disposta a credere alla voce tra i pensieri che sussurra:
non importa. Andrà tutto bene.