phi-vs-life: 0-1

E’ la prima volta che vedo i gate semideserti: attorno si leva un il coro sommesso di voci stanche, esitanti, quasi fossero timorose di destare un mostro leggendario nascosto oltre i vetri lucidi che danno sulle piste, la cui presenza è tradita soltanto da un respiro continuo e rumoroso d’aria condizionata.

Come sempre, dopo l’ennesima sconfitta ad opera della vita, dell’universo tutto, ma soprattutto di me stessa, mi sento svuotata.

Vita-vs-phi 1:0.

In verità, tutto è bene quel che finisce male. Tutto sommato sono qui al gate (certo, con 45 euro meno di quanto avessi previsto, ma davvero importa?) ed è quasi – quasi – come se non fosse successo nulla di anomalo. Come se non fossi mai stata convinta di dover partire un giorno dopo la data effettiva della prenotazione. Come se non avessi fissato lo schermo di un computer del Faedo – chi era? Kanchenjunga? Himalaya? – per dieci secondi buoni, senza riuscire a crederci: 8 febbraio? 18:50??

Sono completamente fuori. Non è possibile.

Mentre cammino verso la stazione di Pisa un’aria fresca e dolcissima sfiora con discrezione le mie guance rigate di sudore, appena incrostate di sale, e l’abbraccio della piazza è quello saggio e pacato di chi ti conosce meglio di chiunque altro.

Che vuoi che sia? Ti ho visto in momenti peggiori. Non ha nessuna importanza. Credi che non ti abbia mai visto piangere?

E’ vero. Se dovessi nominare un luogo che mi ha visto ridere e mi ha visto piangere, penserei subito alla stazione. Alle stazioni. A quelle attese frementi, spesso seguite da una delusione fitta di tremiti, amara nella bocca e nella gola e nelle mani, le dita strette intorno al cellulare, e un dolore indicibile che preme contro il petto e i pensieri.

Non è la prima volta che mi dimostro un fallimento imbarazzante per quanto riguarda i viaggi, questo è vero. D’altra parte non è nemmeno un’occorrenza così frequente come si potrebbe immaginare dalla breve distanza fra i miei ultimi exploit, perciò non riesco a non rimanere sconvolta quando succede.

Prima che l’indescrivibile giornata di oggi giungesse a conferire un nuovo significato alle parole “fallimento imbarazzante”, la palma andava a quel pomeriggio assolato di cinque anni fa. E’ stata (grazie al cielo) l’unica volta in cui sono riuscita nell’impresa di salire sul treno sbagliato (in particolare, quello che andava nella direzione opposta). Me ne sono vergognata trememendamente.

Era un tempo in cui cominciavo a misurare la libertà in biglietti del treno, e tentavo i primi passi fuori dalla crisalide di una vita bambina, dove sentirsi amata dai propri genitori, sicura delle proprie capacità, protetta dal calore di una solitudine gradita e dalla musica delle storie era tutto ciò che si potesse desiderare. Il massimo della trasgressione era appena diventato presentarsi alle lezioni un corso di Teoria dei Numeri Elementare in aula 2, inseguita dai primi sguardi diffidenti, severi, e dai giudizi della mia famiglia; e intanto l’universo rivelava colori nuovi, la felicità s’infittiva di amicizie lontane e le notti si allungavano di fronte alla finestra di una chat. Era un tempo in cui, per la prima volta, desideravo innamorarmi.

Era, me ne rendo conto sempre più chiaramente, un tempo non dissimile da questo.

Forse l’anno prima di un diploma, l’anno prima di un’ammissione, ha sempre un po’ questo sapore. Forse è per questo che mi ritrovo a pensare così spesso alla me di diciassette anni, a domandarmi quanto evidenti siano le differenze, e quanto vadano in una direzione che avrei approvato.

Sì, vorrei innamorarmi. Lo vedo bene, nonostante la mia voce interiore sia notevolmente offuscata, e i miei desideri in generale più confusi e meno acuminati di un tempo. Sono ancora capace di decifrare i post-it con messaggi sbiaditi che il mio inconscio lascia sparpagliati tra i pensieri, senza dubbio sperando che attirino la mia attenzione. Sì, diamine. Ho capito. Va bene. Prendo nota.

Fra un po’ ricomincerò a scrivere poesie. Ci scommetto. O forse no, perché la sensazione non è proprio la stessa: credo che la fazione ‘facciamola un po’ finita con queste stupide idee adolescenziali: lo spam dell’inconscio è l’ultima cosa di cui abbiamo bisogno qua dentro!’ detenga in questo momento la maggioranza nelle sedute degli ingranaggi del mio cervello. Finché si evita un colpo di stato, tutto sotto controllo.

No, non sono la stessa di allora.

Rischio di perdere aerei anziché di perdere treni. C’è una bella differenza.

Ricordo quel sentirsi sperduta, in attesa in una stazione in mezzo al nulla di un treno che mi riportasse indietro, nella direzione giusta. Non c’era nessuno. Non c’era una biglietteria. Solo una stanza che misuravo a passi lenti, avanti e indietro, pregando che arrivasse qualcuno, pregando ancora di più che non arrivasse nessuno

va tutto bene tutto bene va tutto bene

leggendo le scritte che ricoprivano completamente i muri: numeri di telefono e insulti e bestemmie e allusioni sessuali e neanche tanto allusioni e dichiarazioni d’amore.

mamma mi ucciderebbe, non devo dirglielo mai mai mai

E intanto ripetevo le cifre di quei numeri di telefono, nascondevo lo sguardo dentro le crepe nei muri.

mioddio, chissà cosa penserà di me? Chissà cosa starà pensando di me? Non lo dirò mai a nessuno, nessun altro

Ricordo il sollievo nel vedere quel volto amico – “prendo anch’io il treno, allora, c’incontriamo a metà strada” – l’emozione di sentirmi in qualche modo salvata, soprattutto non dimenticata, non sola. La conferma che il mondo fuori dalla crisalide era davvero ciò che volevo, nonostante i demoni dipinti dai miei genitori fra le pieghe della realtà.

E chissà, può essere che, mentre la lezione di Teoria dei Numeri cominciava, già iniziassi ad innamorarmi piano, in silenzio, dietro il paravento solido e opaco di altri pensieri.

Non oggi, di sicuro. Non c’è nessuno a dire non ha importanza, nessuno ad alleviare l’inquietudine nella buia stazione dei sotterranei di Stansted, o ad accompagnare i miei passi rumorosi nelle strade vuote di Cambridge, se non l’irritante tip-tap danzato dalla mia valigia sull’acciottolato. Mi accompagnano solo le mille voci della mia coscienza, molte di più di quante ne avessi allora; questo significa che interferiscono un po’, e il segnale diventa confuso; significa anche che sento molti più punti di vista, e forse anche quello è diventare adulti.

Ci sono io, che sopravvivo anche alle giornate come questa, anche alle giornate come ieri: tutto sotto controllo.

C’è anche quella me che si domanda perché scrivere questa roba, se sia il caso, se non si dovrebbe invece nascondere i propri pensieri anche a se stessi, per quanto possibile, e concentrarsi solamente sul tentativo di sopravvivere al mondo. Quella un tempo non esisteva. Ma è rassicurante sentir sorgere dentro quel chissenefrega che conosco bene, e ricordarsi di una promessa che le me di tutti i tempi e di tutti i luoghi condividono: non ci mentiremo l’un l’altra, mai. La parola scritta è sacra, e non va tradita. Per me stessa, per chiunque altro voglia leggerla, per le me del futuro e per l’iperuranio e la vita e l’universo tutto, sarà sempre lì: sincera, limpida, momentanea, incerta, bugiarda, immaginata, inutile, criptica, mia,

la verità.

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2 thoughts on “phi-vs-life: 0-1

  1. Ani-sama says:

    Posso dirti che questo post (lo leggo un po’ in ritardo) mi è piaciuto proprio tanto?

    Con il passare degli anni, almeno per quanto riguarda me personalmente, ho l’impressione che i sentimenti e le emozioni perdano quella componente di… sconvolgimento che tanto mi faceva sentire… vivo quando avevo 17 anni. Mi ero innamorato – non ricambiato. Oggi sono innamorato, da svariati mesi, ricambiato. Ma, per quanto il sentimento sia forte, non è sconvolgente, non è di quelle cose che fanno tremare, o danno i sussulti allo stomaco. Non è una di quelle cose da racconto, o da film, mettiamola così.

    A volte mi chiedo se a 23 anni non sia ancora presto per questa sorta di pace emotiva. Le persone intorno a me, i miei coetanei… mi sembrano ancora in grado di tremare per un appuntamento. O di prendere un treno per un incontro semi-clandestino. Ma d’altra parte, poi, in molti casi ravviso una cinica disillusione, quando dell’amore non resta che il significato più stretto, quello brutalmente fisico.

    Chissà.

  2. phitilde says:

    Un commento!!
    Meno male che c’è Ani-sama. ^^
    Mi fa piacere che il post ti sia piaciuto; e ti dirò, non so se invidiarti la “pace emotiva”, che ho sempre pensato dovesse arrivare a un certo punto… temo di esserne ancora ragionevolmente lontana.

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