Feverish Fuzziness

Fa freddo.

Cioè no, non è che faccia freddo, anzi. Ma gradirei comunque che il riscaldamento in camera mia funzionasse, così da non costringermi a tenere il cappotto sopra il maglione; per la verità sono perfino tentata dai guanti (e perché no? Ora di pescare quelli lunghi viola, con i buchi per le dita, che non metto mai…)

Ecco, con i guanti mi sento molto scrittore-squattrinato-in-una-soffitta-al-freddo-e-al-gelo. Fa meno figo di quanto potreste supporre.

C’è una felicità che è un tepore immaginario, una pacifica convivenza di cose accostate, una dolcezza remotissima che pervade l’esistere, come  un cucchiaino di miele perfettamente disciolto in una tazza di tè bollente.

A proposito. Tè bollente. Sembra una buona idea.

Fa freddo, e non riesco a immaginare se non a tratti. Questa sensazione di mancanza è così netta e così illeggibile, bianca e precisa e ignota come un origami di cui non riconosco la forma. Di nuovo, mancanza di che?

Tornare è stato sconvolgente. Una sensazione di familiarità mista a sgomento: non ricordavo nulla di tutto questo, o meglio non credevo di ricordare nulla: non l’odore dei corridoi, non l’esatto peso della porta, le dimensioni del cortile, il colore delle tende, i rumori dei passi sul parquet, l’intensità della luce nei bagni, i rubinetti della cucina; e invece ogni dettaglio era parte di me, e ritrovare tutto ad attendermi, esattamente com’era, è stato inspiegabilmente scioccante.

Qualche minuto fa ho pensato che il silenzio ha un che di doloroso. E credevo di desiderarlo, il silenzio. Per la verità, adesso che sento le risate troppo forti degli invitati della mia vicina di stanza, credo di desiderarlo di nuovo. E un crepitio sottile, appena udibile, sboccia contro i vetri bui.

Pioggia.

Quella pioggia fantasma, come ieri sera, quando sono arrivata: una pioggia indicibilmente rada e impalpabile, i cui baci sottili si posano sul viso, lievi come uno spruzzo di lentiggini.

E di nuovo, sono qui.

Sola.

Gli ultimi echi di una settimana intensa si spengono infrangendosi contro le risate insistenti dei miei vicini, e vorrei dormire, vorrei tanto poter dormire, e invece no. Il calore che pian piano affiora sulla mia pelle non ha niente di dolce e niente di pacifico: un calore rotto da brividi, come quello della febbre. Febbre? Possibile?

Vorrei solamente catturare di nuovo una sensazione di soffice, tiepido e al contempo fresco, di pulito, che so perduta da qualche parte sotto i pensieri; so che c’è qualcosa che non devo lasciar scivolare via, ma non so che forma abbia, che colore. So che voglio sentirmi al posto giusto, al momento giusto. Da una parte vorrei un soffio di vento freddo sulla fronte, e prestare le labbra ai baci della pioggia; dall’altra vorrei il calore del piumone, ad ammorbidire i brividi che precipitano come rami di fulmine lungo la schiena. E da tutte le parti vorrei che i miei vicini facessero meno rumore.

E così, preda di una nostalgia sfocata, dato che proprio non posso dormire, mi abbandono a un delirio tremolante di sagome che si avvicendano contro le palpebre abbassate, cullando la stanchezza nella ninnananna di un respiro.

Buonanotte.

 

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