Salt and Spiderwebs

E’ una giornata incredibile, di quelle fredde abbastanza da dare un senso di pulito e cristallino, ma non gelate al punto da farti rabbrividire sotto la giacca maremmana; la luce bianca e costante ritaglia sagome di foglie contro un cielo turchese, e i colori dell’autunno sfumano l’uno nell’altro come in un catalogo di tinture.

Nell’andare in dipartimento, se lasci scivolare lo sguardo lungo gli steccati di legno scuro che costeggiano la strada, cogli il continuo, sottilissimo scintillare del sole attraverso sentieri di ragnatela; e ti sembra che siano loro la vera materia dello steccato, e che il legno scuro non sia che un’illusione di superficie; ti sembra che l’aria intorno, e la realtà tutta, sia tenuta insieme da un intrico misterioso di fili di ragnatela, scie argentate che riesci a vedere soltanto quando un raggio di sole le percorre, a ritmo con i tuoi passi distratti. E allora la realtà sarebbe una, annodata, vicina, e mi basterebbe toccare il fio giusto per ritrovarmi altrove, o anche solo per far vibrare un sussurro d’argento all’orecchio di persone lontane.

Cambridge è una città nata per il sole, non per la pioggia: perché il suo profilo intarsiato di alberi e guglie risalti contro l’azzurro, perché le ombre si distendano quiete a riscaldarsi sull’erba verde acceso dei cortili, e i vetri delle finestre diventino specchi nei quali andare a caccia di scintillii fugaci.

Cambridge è bella, ma non è mia. Non mi farebbe male doverla lasciare. Condividiamo ancora poco: forse non condividiamo nulla. I suoi segreti mi sono estranei, e il mio avventurarmi per le vie del centro è troppo timido per poterne carpire; conosco i luccichii balenanti delle ragnatele, le fughe armoniose degli scoiattoli, gli sguardi placidi delle mucche vicino alla pista ciclabile, l’oscutità che si acquatta dietro le vetrate della cappella del King’s, il canto degli uccelli nei Selwyn Gardens, l’odore dei libri di Waterstone’s, ma ancora non conosco nulla. So che c’è un’anima da qualche parte, più giù, e che è diversa da come la immagino; ne sento a tratti la voce, ma non so dove andarla a cercare. Bevo tazze di tè guardando fuori dalla mia finestra, chiedendomi chi ci sia dietro le finestre là di fronte, alla scala H – altre matricole, immagino – e se ama osservare il frassino o l’erba o il cielo o i mattoni rossi, o le persone che passano sotto il loggiato, o magari le finestre di fronte, quelle della mia scala M, lucide e lontane.

Di tanto in tanto stacco il cavo ethernet, in un ipocrita tentativo di limitare il traffico internet (e gli extra addebitati sul mio college bill); e dopo un po’ lo riattacco innervosita, dicendomi che con 30 sterline a term dovrei aver diritto a navigare quanto diamine voglio. Muovo preoccupata il mignolo della mano sinistra – mezz’ora al violoncello e già premerlo contro la tastiera risveglia un dolore vicino al gomito (il tendine? Il muscolo?) – mi guardo intorno, studio; scrivo frammenti di cose senza un perché, disegno; studio.

Fare conversazione singolarmente con le persone è facile e anche abbastanza appagante, ma quando si è in gruppo – a meno che non sia uno di quei gruppi organizzati in cui si beve tè e si parla a turno, possibilmente del vangelo secondo Marco – è complicato e imbarazzante; improvvisamente non seguo bene le conversazioni, e non colgo le battute, e tutti ridono e parlano fitto e veloce, e sparano cazzate fra loro che non sono le mie cazzate, e ad un tratto vorrei accollarmi al Faedo e giocare a carrom e ascoltare cazzate che siano anche mie. Mi rendo conto che, se lasciare Cambridge non può farmi male, lasciare Pisa sul serio sì. E se anche ci separa soltanto un’illusione e un filo di ragnatela, ci sono tante cose che ho dimenticato là e che sento lontane.

Tipo la mia vita vera.

Star qua ha il sapore di un’esperienza, ma non della vita vera. Una vita finta in cui non puoi rompere niente perché non hai costruito niente, in cui la felicità, la tristezza, la solitudine, la paura, la soddisfazione, tutto arriva come attutito e nulla è profondamente importante. In cui le preoccupazioni di tutti i giorni si accatastano l’una sull’altra, ma sono più un argomento di conversazione che non un’entità reale.

Alla mensa del Selwyn college sanno fare i bastoncini di pesce. Buoni. E anche le patate. E’ diverso dalla nostra mensa. Non mettono il sale su niente.

Qua la vita c’è, tutta, ma senza sale. Oggi nell’andare a pranzo ne ho prese due porzioni dal disertato banco dei condimenti, cosa che dimentico sempre di fare; e forse in fondo basta avere il coraggio di spargere il sale. Forse è una cosa che non spetta fare a nessun altro, se non a te. Forse il trucco è soltanto non dimenticarsi di prendere una porzione in più di sale, e non aver paura delle controindicazioni.

 

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