Cavities and Compline

Ebbene sì, tanti buoni propositi (ok, sul buoni c’è da discutere) e invece dieci giorni di silenzio.

L’evento chiave di questa settimana, contrariamente a tutte le previsioni, è stato la mia ultima visita dal dentista: un tipo che ha lavorato a Sydney (mi pare) e che dice di aver curato tanti pazienti italiani, da cui la sua insospettabile dimestichezza con quattro o cinque parole della nostra lingua; e non le solite “pizza”, “spaghetti”, “mandolino”, “mafia”, bensì “molto fa male?”, “sciacqua la bocca” e “madonna!”. I suoi sinceri avvertimenti (“questa è un’iniezione palatale, perciò farà un bel po’ male, ma ci starò attento”) e le sue battute per niente rassicuranti hanno fatto sì che sopravvivessi incolume all’estrazione di un dente del giudizio: se non avessi perso la sensibilità in tutta la guancia sinistra avrei sorriso quasi costantemente. Non ho avuto nemmeno il tempo di concentrarmi sul poster di una spiaggia bianca con palma e amaca annesse che stava attaccato al soffitto proprio sopra la testa dei pazienti (in questo caso specifico, la mia); il dentista ha replicato al mio apprezzamento per la scenografia spiegando che in realtà gli è toccato cambiare poster: prima ne aveva uno con un surfista in mezzo alle onde, che però metteva profondamente a disagio una paziente con la fobia dell’acqua; “non si possono proprio accontentare tutti” ha concluso con aria sconsolata.

A fare da spalla allo show del dentista c’era un’assistente bionda che non doveva fare niente, ma che ha detto di voler rimanere per darmi supporto morale, e si è persino offerta di tenermi la mano (il che avrebbe fatto molto letto di morte); “eccolo qua! Mamma mia quanto è grosso! E’ un maschietto!” è stata la conclusione del travaglio; e ho potuto finalmente ammirare il mio ex-dente (l’ex-mio dente?) con la sua simpatica radice rosa infettata, decisamente più piccolo di quanto mi aspettassi e anche molto meno brutto. Mi pento quasi di aver risposto “not really” alla generosa offerta del dentista di mostrarmi con uno specchio il buco sanguinolento (“you want to see the hole?”).

Ma tutto questo in effetti ha poco a che fare con l’essere in Inghilterra, se non per il fatto che il setting era la Dental Practice dell’Università di Cambridge, dove da studente ti curano praticamente gratis, e – almeno per quanto mi riguarda – bene. Mi sono sentita talmente leggera all’uscita dal dentista (un po’ per il dente in meno, e la quasi-certezza di non dover rivivere nell’immediato l’esperienza della notte prima: la nuova frontiera del dolore ai denti; un po’ per il fatto di non dover sborsare un centesimo; un po’ per la dose da cavallo di anestetici) che la successiva cosa che ho fatto è stata correre in libreria a comprare un libro, così investendo 8 delle mie preziose sterline. Correre non è tecnicamente falso (erano le 6 passate e stava facendo buio: l’estrazione me l’hanno fatta d’urgenza fuori orario di apertura, che per quasi tutto qua ha un upper bound di circa le 17:30), ma potrebbe dare un’impressione sbagliata dei tempi. In effetti non ricordavo bene dove fosse la libreria, per cui ho percorso praticamente ogni strada della zona un paio di volte prima di rinvenirmi (il che volendo avvalora l’ipotesi della leggerezza-da-anestetici, o semplicemente testimonia l’inaffidabilità cronica del mio senso dell’orientamento); ma alla fine sono riuscita a infilarmi dentro Waterstones, uno dei pochi negozi che non sta dentro il bound summenzionato (ecco, facciamo che era un supess, come dire…): una fantastica libreria su 4 piani, con ampio caffè e zone lettura provviste di morbidissime poltrone giganti. Quando sono uscita con “American Gods” (Neil Gaiman) sottobraccio erano le 7 e mezza, faceva freddo ed era inquietantemente buio. Tornare a casa attraverso il King’s è bello di notte quanto di giorno (anche se forse non si può: non sono certa che se non avessi seguito un tizio avrei saputo uscire dai cancelli); nel buio le luci dietro le finestre offrono una miriade di piccoli palcoscenici a chi attraversi i cortili, e l’immagine massiccia della pietra intorno si confonde in una presenza più tiepida e più amica. Le forme imponenti della cappella incombono in disparte; come ogni volta la immagino piena di grano. Chissà se è vero quello che sosteneva mio padre nello spiegarmi i futures: che il grande economista Keynes, ai tempi in cui era fellow del King’s, non riuscì a coprire un investimento sul mercato del grano, e dovette riempirne completamente la cappella. Una cosa è certa, nella cappella del King’s di grano ce ne starebbe veramente, ma veramente tanto.

Il mio college ha una cappella graziosissima, ma probabilmente non abbastanza grande per metà del grano di Keynes. E’ lì che sono andata al calar della notte, con una sciarpa vergognosamente sorretta a nascondere la mia mezza-faccia-completamente-morta e una garza fra i denti che rendeva ancor più arduo il proferire parola. Anche adesso, dopo avervi assistito, non ho idea di cosa sia un/una “choral compline”; i presenti riempivano le quattro file di panche della cappella (due coppie curiosamente disposte per lungo, una di fronte all’altra), e ciascuno reggeva una candela accesa (che – come era scritto sul foglio delle preghiere – ciascuno accende a suo rischio e pericolo, impegnandosi a non dar fuoco al foglio o alla cappella ecc ecc). I membri del coro erano vestiti esattamente come preti, anche le ragazze (anche se in effetti non pretendo di conoscere i dettagli dell’abbigliamento dei preti, per cui l'”esattamente” non è da intendersi alla lettera); hanno cantato per una mezz’ora: due pezzi polifonici splendidi all’inizio e alla fine, e nel mezzo un cantilenare ipnotico di formule, alternato alla voce singola (e intonatissima) del cappellano, o a tratti al mormorio diffuso di un credo, un atto di dolore, un padre nostro. Il profumo soffice d’incenso, la luce intima delle candele, le modulazioni sfuggenti delle frasi cantate aprivano un varco nel tempo e nello spazio; una finestra attraverso la quale lasciarsi cadere, abbandonandosi all’abbraccio dell’oscurità, in una preghiera costantemente rinnovata di protezione, di vicinanza, di salvezza; fino a giungere in un luogo in cui le parole perdono di significato, e gli incubi appassiscono e le candele bruciano, e il tepore delle fiamme e quello dei corpi si fondono in un unico abbraccio di silenzi.

E per una notte, credo, non sentirò dolore.

O forse era ancora leggerezza-da-dose-da-cavallo-di-anestetici, naturalmente.

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5 thoughts on “Cavities and Compline

  1. fab says:

    L’applicazione ex commuta con l’aggettivo possessivo!
    Certo che te lo sei scelta il giorno per tornare u.u

  2. Ani-sama says:

    Questa storia (in generale, dico!) delle cose che commutano devo ancora afferrarla del tutto…

  3. Simo_the_Wolf says:

    phi poco!!!

    La famosa non capitale dell’Australia è SYdney e non Sidney… Detto questo quando ho tempo finisco a leggere il resto!! Forse il tuo /i tuoi blog sono l’unica lettura fuori da testi matematici che mi concedo…
    No aspetta sto leggendo (ormai da 3/4 mesi) L’eleganza del riccio!!

    Byebye

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