Greyishness and Gowns

Ho una “gown”. Che sarebbe una mantella nera molto stile Harry Potter con le maniche a campana: veramente notevole. Ho passato la mattina ad ascoltare i nomi di una quantità incredibile di ragazzini (più ci penso più mi sembrano piccoli), in attesa che venisse chiamato il mio; ed è stata una cosa lunga, visto che per far venire giusta la fila nella foto si procedeva in ordine alfabetico inverso. (Ecco, non è normale che io stia pensando a LEX e REVLEX in questo momento. L’algebra è deleteria.) Il risultato è che ora sono ufficialmente parte dell’Università di Cambridge, e che ho aggiunto cinque facce alla lista già molto lunga di persone di cui non ricorderò mai il nome (a mia discolpa posso dire che due avevano nomi asiatici incomprensibili, e vista la loro espressione attonita nel sentire il mio nome credo che nemmeno loro lo ricorderanno facilmente).

Nella maggior parte delle situazioni c’è un che di imbarazzato e imbarazzante nell’aria, nonostante un sacco di gente si adoperi per farti sentire a tuo agio. Capisco le facce un po’ spaurite di questi “freshmen”, i quali almeno hanno vissuto in Inghilterra (nella maggior parte dei casi, ma direi proprio nella totalità dei casi). I complimenti per il mio inglese sono guadagnati al prezzo di frequenti mal di testa, e di una serie di umilianti “sorry?” e “what?” da parte mia, specialmente quando l’ambiente è rumoroso (leggi: “bop”) e/o la gente decide di parlare sottovoce e rapidamente. Cosa che, come in tutti gli ambienti frequentati da nerd, accade non di rado. L’inglese è una lingua molle e scivolosa, e nonostante tutto è ancora un po’ scomoda e pesante in bocca; la parola che ho più difficoltà a sputar fuori, misteriosamente e tediosamente, è proprio “maths”, che mi tocca ripetere una quantità esorbitante di volte ogni giorno. “ths” è odioso! In più, pare che io dica la parola “wierd” leggermente alla scozzese, qualunque cosa questo significhi. Per fortuna i problemi di comprensione non sono troppi, perché anche se non capisci una domanda in genere è una tra “come ti chiami?”, “dove abiti?”, “da dove vieni?”, “cosa studi?”, “sei una matricola?”, “che anno fai?” e non è difficile indovinare quale. Purtroppo se la conversazione prosegue ci sono varianti come “quanti anni hai?”, specialmente dopo i miei disperati tentativi di rispondere alla più standard “che anno fai?”; oggi me l’ha domandato un tizio il cui accento mi è particolarmente incomprensibile mentre stavamo in fila per la foto dell’immatricolazione, e vista la sua espressione in risposta al mio “23”, non ho avuto il coraggio di continuare con “and you?”. Nobody likes you when you’re 23, immagino. Mi sento veramente anziana.

Al contrario, il mio “dos”, come lo chiamano qui, sembra considerarmi una ragazzina al pari dei suoi “freshmen”. Sono uscita dall’incontro veramente ma veramente di cattivo umore. Possibile che non mi considerino in grado di sostenere esami del terzo anno? “Eh sono difficili anche per i nostri ragazzi. Certo, potresti essere meglio di loro, o potresti essere al loro livello…” Seguito da un lungo puntini-puntini che mi ha – in tutta sincerità – piuttosto offeso. Ok che la mia autostima è sicuramente calata negli ultimi anni, ma sarei più scarsa di un branco di ragazzini inglesi che non sa cosa sia uno spazio di Hilbert? Adesso non esageriamo. Presumo che mi toccherà rimboccarmi le maniche e pure dimostrare qualcosa a questa gente, perché certo non ho intenzione di lasciare che il mio dos mi tratti in questa maniera ancora per molto. Se i professori sono così prevenuti mi domando quando mai riuscirò a ottenere una tesi da queste parti…

Preoccupazioni accademiche a parte, tutto bene. Oggi non ha nemmeno piovuto (nonostante minacciasse pesantemente al momento della foto di gruppo) ma questo non toglie che sia stata una giornata estremamente grigia. Il cibo non è nemmeno così terribile (dirò di più: meglio della mensa della normale) anche se costoso; quello che mi ha lasciato sconvolta è il “brunch”, ma pare che anche molti inglesi lo evitino. La combinazione di varia roba fritta, strani aggeggi che pare siano “black pudding” e che nonostante la mia nota tirchiaggine ho dovuto avanzare e buttar via, cose veramente salate insieme a cose veramente dolci (ma che senso ha? E’ nauseante)… Il tutto è – direi – letale. Ergo adesso capisco perché la gente faccia colazione in camera sua, abitudine che assumerò anch’io quasi volentieri (per la verità mi mancano le colazioni in compagnia; dovrei offrire il caffè a qualcuna delle matricole del mio corridoio).

Tutto ciò per dimostrare che posso mantenere un blog più a lungo di certa gente (ehi! sono già tre giorni!), e per distogliere certa altra gente da seminari pieni di triangoli (ammettiamolo, i triangoli sono malsani quasi quanto gli ordinamenti monomiali). E adesso nanna, perché sono inspiegabilmente (ok, non troppo inspiegabilmente) distrutta.

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7 thoughts on “Greyishness and Gowns

  1. Bea says:

    Comunqueeee, come Gabbo potrà testimoniare, nonostante tutto (e con un altro po’ di locuzioni inutili a caso), nel mio seminario non ci sono poi tanti triangoli, alla fine :-P

  2. phitilde says:

    EEEEEEEE! Bea e fab i miei primi commentatori… chebbello commentate così almeno continuo ancora per un po’ (e siete anche autorizzati a spargere un po’ la voce ovviamente, che sennò mi sento sola…) ^^ COMUNQUE questa gente non ha i guanti di plastica al supermercato per maneggiare la frutta!! Erano tutti sorpresissimi quando ho spiegato come si fa… che nazione barbara :)

  3. Bea says:

    ma non dovevi tornare grafomane dal suolo inglese? un intero weekend e neanche un post..

  4. phitilde says:

    Già… alla fine succedono più cose di quanto m’aspettassi :P
    In verità stavo quasi pensando di bloggare il contenuto delle mie lectures di volta in volta, visto che pare dovrei studiare un casino via via ecc ecc.
    Giustamente non gliene frega niente a nessuno, ma non si sa mai :)

  5. Francesco G. says:

    Peraltro WordPress supporta il \LaTeX :D

    Come sono le lectures a Cambridge? Pensavo un po’ a quel posto oggi in treno come sfogliavo un libretto di algebra commutativa stampato dalla “Cambridge University Press” (ma pensa un po’).

    • phitilde says:

      I know!
      Ma cosa sfogliavi, l’Atiyah-Macdonald o qualcosa di più esotico? Le lectures sono niente male… e lo sforzo dei lecturers per cercare di essere chiari/scrivere tutto alla lavagna/trasmettere le idee di quel che fanno è davvero lodevole.

  6. Ani-sama says:

    In realtà era il “Undergraduate Commutative Algebra” di M. Reid, che dovrebbe essere più semplice del caro vecchio “Introduction to Commutative Algebra”.

    Poi ti invidio molto perché leggo che hai un corso intero dedicato alla Category Theory. Se ne hai anche uno di algebra omologica l’invidia sarà totale… XD io mi devo accontentare di risultati sostanzialmente basilari visti qua e là nei vari corsi… E pensa che adesso con i ricercatori in protesta le discipline da noi più sacrificate sono proprio quelle algebrico-geometriche. T_T

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