Ryanair blues

Ho preso un cornetto di quelli grandi, nella speranza che fosse talmente dolce da consolarmi un po’. Dolce lo era, consolante un po’ meno, ma insomma.

Un odore fortissimo, denso, naufraga a intervalli regolari nell’aria fresca, attirando il mio sguardo verso la pipa del signore inglese al tavolo di fronte. Qualcuno legge il giornale con una birra a portata di mano; l’uomo al mio tavolo si abbandona assorto al suo romanzo, mentre il suo corteo di valige lo sorveglia in silenzio. Un bambino, dietro di me, gesticola raccontando di nascondigli, e intanto il tempo si trascina, fluendo pigro fra i tavoli tondi.

L’aereo è in ritardo di quattro ore. La corsa fino al treno sembra una cosa di secoli fa: ora non c’è altro che il bar con i tavoli tondi, il sapore di croccante che già abbandona il palato, il signore con la pipa e l’uomo del romanzo, che per la verità è stato raggiunto dalla moglie e il romanzo l’ha messo via.

Non c’è più nemmeno quel tremito, quella specie di sgomenta tristezza, di intrinseca fatica, che era affiorata prima; la sedia di vimini non è accogliente né scomoda, e il mondo intorno è lontano e sospeso, in attesa che gli istanti passino.

Sono ancora qua. A dieci minuti dal collegio, a mezz’ora di treno da casa. Ancora qua, e ancora per molte ore.

Eppure sono più lontana che mai, intrappolata in un mondo fermo in cui cambiano le persone intorno ai tavoli tondi, ma tutto è sempre uguale; e gli istanti colano dalla pergola, lungo le foglie d’alloro.

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